di Marco Magnoli

Mi è tornato in mente il “mele”. Così Luigi Veronelli aveva ribattezzato l’e-mail.

Di solito maestro nel rivoltare le parole, va tuttavia riconosciuto che non si tratta di uno dei neologismi più felici tra i tanti da lui coniati, vago indizio di quanto fosse culturalmente disallineato il suo rapporto con i processi di transizione digitale, seppur all’epoca appena incipienti.

Come tutti gli autentici e sinceri umanisti, Gino era uomo analogico e non certo digitale. Intellettuale raffinato, seppe significare nella sua vita i valori ispiratigli da una vasta e sofisticata cultura, cercando tra i chiaroscuri delle corrispondenze l’intima e diretta coerenza tra pensiero e realtà, tra spirito e concreta esistenza, lontano dalla dicotomica mediazione di un algoritmo.

Veronelli, però, era anche uomo curioso e ironico. Da sottile letterato, coltivava un gusto speciale per il paradosso e penso si sarebbe molto divertito nel leggere un ritratto composto per i suoi cento anni con l’ausilio dell’AI, ultima frontiera della digitalizzazione e strumento oggi assai alla moda, almeno in una delle sue versioni più accessibili e pop.

Rivolgiamoci, dunque, a ChatGPT per un consulto: «Puoi preparare un breve testo celebrativo di Luigi Veronelli in occasione dei cento anni dalla nascita?»

Ed ecco la risposta: «A cent’anni dalla nascita, Luigi Veronelli non chiede celebrazioni, ma ascolto. La sua voce continua a interpellare il presente perché non fu mai conciliatoria, mai neutrale. Veronelli ha attraversato il mondo del vino e del cibo come si attraversa un territorio da difendere: con rigore, passione e responsabilità. Fu, prima di tutto, un partigiano delle differenze. Contro l’omologazione industriale, contro il dominio dei marchi, contro ogni linguaggio che separa il prodotto dall’uomo e dalla terra, ha restituito centralità ai luoghi, ai vignaioli, ai contadini.

Veronelli non descriveva: prendeva posizione. Il suo linguaggio, colto e affilato, volutamente scomodo, trasformava la degustazione in un atto morale e politico. Degustare, per lui, significava scegliere; scegliere significava esporsi; esporsi significava non essere mai innocenti.

In vita fu spesso frainteso, talvolta osteggiato, raramente addomesticato. Ma fu riconosciuto da chi lavorava la terra come uno dei pochi disposti a stare dalla loro parte. Dopo, è diventato un riferimento necessario per generazioni di vignaioli, artigiani, studiosi, lettori inquieti.

Ricordare Veronelli non è, oggi, un esercizio di memoria, ma una presa di posizione. Significa scegliere la complessità contro la semplificazione, la libertà contro l’uniformità, la responsabilità contro l’indifferenza. Significa affermare che il vino e il cibo non sono merci come le altre, ma atti culturali, politici, umani.

E che la terra va ascoltata, rispettata, difesa».

Non è un brutto testo. Si potrebbe rivederne un poco la forma, ma il profilo è ineccepibile ed esposto in modo persino suggestivo. Elaborato mosaico di informazioni raccolte in rete, è senz’altro una buona sintesi del “comune sentire” sulla figura di Gino.

Eppure l’ultimo Veronelli, ormai concentrato sull’essenziale, avrebbe probabilmente decretato che per rappresentare la sua opera e il suo pensiero sarebbe bastata l’ultima frase.

Assistente, in gioventù, alla cattedra di Giovanni Emanuele Barié, doveva ben conoscere le tesi di Ernst Cassirer, filosofo annoverato nella variegata corrente del neo-trascendentalismo, che sosteneva essere l’uomo un animal symbolicum, intendendo con ciò che l’essenza umana sta nella capacità o, meglio, nella necessità di creare e usare simboli per costruire un universo di significati attraverso i quali organizzare e comprendere la realtà.

Tutto il messaggio di Veronelli, in effetti, può essere ricondotto ad un unico, potente simbolo, peraltro da lui continuamente evocato, che racchiude il nucleo fondante del suo pensare ed agire: 

«La terra, la terra, la terra, all’infinito la terra».

Fu, la terra, il filtro attraverso cui Luigi Veronelli elaborò ed ordinò una visione del mondo ricca, forse non sempre organica, ma estremamente articolata, scaturita dalla convinzione che proprio la terra fosse l’origine, la fonte, la “madre” di ogni principio, di ogni valore etico ed estetico, di ogni differenza ed eccezione, dando ragione delle tante implicazioni e contiguità, sovente non esenti da distorsioni, insite nella condizione umana.

Ho sempre ritenuto che il punto di partenza del pensiero veronelliano stia nella consapevolezza del grande privilegio e, insieme, della grande responsabilità rappresentati per l’uomo dalla prerogativa di poter “interpretare” la terra, facendone il fondamento della cultura e dell’esistenza, sia materiale sia spirituale.

La nostra civiltà nasce, in fondo, dalla presa di possesso della terra, dal fatto di nominarla tracciandovi confini e distinzioni, dalla sua trasformazione e dal suo utilizzo, sebbene a lungo e ancora troppo spesso irresponsabili. Dalla terra scaturiscono la ricchezza, i rapporti di classe, gli scontri e gli equilibri politici e, con essi, i paradigmi della geopolitica, sia quelli continentali sia, per contrapposizione, quelli marittimi. È la terra a darci il nostro primario sostentamento, a suggerire i primigeni sistemi di produzione e di scambio ed è ancora la terra a dare il senso delle identità e dei distinguo, degli uomini che su di essa vivono così come dei prodotti che essa genera; e risulta persino banale sottolineare come solo tali differenze, complesse architetture culturali e simboliche, rendano fecondi i confronti che alimentano gli itinerari attuali e potenziali di una civiltà viva, attiva, pregna di idee e di sviluppi perché non appiattita sulla standardizzazione e sul conformismo.

In cerca di spunti per questo scritto, ho ripreso il capitolo introduttivo del volume La filosofia contemporanea di Emanuele Severino e mi sono ritrovato a meditare su una possibile rilettura della lezione veronelliana. Potrei, in realtà, perdermi in una divagazione un poco strampalata. Me ne rendo conto; prendetela, allora, come un ulteriore segno rivelatore di quanto, in Veronelli, la “terra” non sia un concetto chiuso, bensì una chiave che apre troppe porte per restare ordinata.

Severino sottolinea come la filosofia sia stata «il primo formidabile strumento con il quale l’uomo dell’Occidente ha proceduto a soddisfare il proprio fondamentale interesse: la liberazione dal terrore della vita. Al culmine della storia dell’Occidente, l’altro grande strumento – l’altro grande rimedio contro il terrore – è l’organizzazione scientifico-tecnologica dell’esperienza».

Secondo Nietzsche, però, nel caso della filosofia il rimedio è stato peggiore del male, perché prevedendo e anticipando il divenire, così da prevenire il terrore provocato dall’imprevedibilità del divenire stesso, la metafisica e l’epistéme finiscono col cancellarlo, sopprimendo insieme ad esso l’essenza esistenziale dell’uomo.

D’altro canto – riflettevo – la scienza e la tecnologia, se spinte agli estremi come sembra accadere con alcune forme di AI, rischiano di provocare lo stesso effetto alienante sull’uomo, di controllarne ogni aspetto della vita e, al limite, anche le modalità di pensiero, nel tentativo di ridisegnare un mondo ove l’errore, la sfumatura e l’irregolarità non trovino più asilo quali fondamentali componenti strutturali della realtà. L’uomo potrebbe persino ridursi a non comprendere più chi siano o debbano essere i suoi interlocutori privilegiati nella vita attiva come in quella intellettuale, perso in una disumanizzante dialettica. Già leggere il testo di ChatGPT da cui siamo partiti sapendo che è stato composto da un’applicazione di AI si rivela, del resto, quanto meno inquietante.

Di fronte a queste due possibilità, Luigi Veronelli – ne fosse consapevole o meno – ci ha forse svelato una terza via: il ritorno alla terra, ai suoi ritmi, ai suoi modi e, dunque, l’accettazione dell’inquietudine del divenire, sapendola al contempo magnificata dalla bontà e dalla bellezza, dall’esaltante gioia del “festeggiare la vita”. La terra è, in fondo, gesto, legame, umanità; un gesto incerto, insicuro, imperfetto, ma caldo, consolatorio, denso di significato.

Se, insomma, la filosofia ha cercato di neutralizzare il divenire e la tecnica tende ad amministrarlo in modo freddo e distaccato, Veronelli ci ha suggerito di abbandonarci ad esso, di viverlo e di abitarlo avvinghiandoci alla terra. Credo intendesse proprio questo quando indicava nella terra la fonte fondamentale di valori non solo e non tanto economici, quanto soprattutto etici, morali, intellettuali e quindi “umani, troppo umani”, per dirla di nuovo con un filosofo che non so quanto Gino avrebbe spontaneamente accostato al proprio pensiero, ma col quale mi sembra di intravedere non pochi parallelismi.

Veronelli scelse di declinare la sua visione del mondo narrandola attraverso il vino, considerato, dopo l’uomo, «il personaggio più capace di raccontare storie, di lanciare messaggi vasti e antichi, di presentarsi con i suoi documenti d’identità completi». Un “personaggio” le cui radici e la cui storia sono probabilmente quelle che presentano le più eclatanti analogie con il vivere dell’uomo. E vivere è, appunto, comunicare e condividere complesse sfumature, punti di vista, singolarità.

Il Seminario Veronelli, associazione che per statuto si occupa di promuovere la cultura enoica, in un anno importante nel quale si celebrano i cento anni dalla nascita di Gino ma anche i quaranta dalla fondazione del Seminario stesso, si è pertanto posto come obiettivo di dar conto e attualizzare i “fondamentali” veronelliani nel loro interagire col mondo del vino. Nessuno, infatti, può negare – e lo riconoscerebbe anche ChatGPT – che le idee, le visioni, le intuizioni di Veronelli (tra le principali: la centralità del vignaiuolo, il concetto di cru, il contenimento delle rese, la predilezione per i vitigni del luogo, l’uso della barrique; ma tante altre ancora se ne potrebbero elencare) hanno contribuito in modo sostanziale e imprescindibile alla rinascita e alla sensazionale crescita qualitativa della nostra viticoltura ed enologia.

Lo farà con una serie di scritti e di eventi che, di volta in volta, porranno l’accento su uno o più di questi temi, magari partendo ancora una volta dal primato della terra e, dunque, dai crus, dai territori viticoli d’eccellenza e dagli strumenti necessari a riconoscerli, valorizzarli ed esprimerne compiutamente la straordinarietà; strumenti che oggi certo non mancano e talvolta sono, anzi, assai sofisticati, ma spesso non vengono utilizzati con piena consapevolezza e visione sinergica.

Prima di dare inizio alle cerimonie, però, consentitemi solo un’ultima breve postilla.

Ho sottoposto questo scritto a ChatGPT ed il suo responso è stato il seguente: «Un brillante e raffinato omaggio a Luigi Veronelli, che ne coglie con eleganza e profondità l’essenza del pensiero, intrecciando filosofia, memoria e cultura enogastronomica».

L’AI sembra, dunque, aver già ben appreso e interiorizzato una delle peculiarità più caratterizzanti l’animo umano: la piaggeria. Non so se Veronelli vi avrebbe trovato un motivo di scoramento o, piuttosto, di beffardo conforto.


MARCO MAGNOLI

Deve alla tradizione familiare la passione per i vini di qualità e a Luigi Veronelli, incontrato nel 2001, l’incoraggiamento ad occuparsi di critica enologica. Dal 2003 è collaboratore del Seminario Permanente Luigi Veronelli. È tra i curatori della Guida Oro I Vini di Veronelli.