di Marco Magnoli

Arrivi all’Eggerhof e ti ritrovi tra boschi, pascoli, mucche e galline, avvolto d’aria sottile, diafana luce, brezze leggere e quasi stordito da una strabiliante vista sulle Dolomiti e sulla Valle dell’Adige, giù verso il Trentino.

 In mezzo ai prati, con sorpresa, scorgi un vigneto fitto, curato, e in quel preciso istante realizzi di essere a 1150 metri di altezza.

E allora pensi che lì una vigna poteva immaginarla solo un folle o un visionario.

Poi scopri che l’ha piantata Franz Haas e capisci come, probabilmente, la verità stia nel mezzo, in quello sfumato limbo dove spesso alberga la genialità.

Franz fu pioniere, già sul finire del secolo scorso, nel comprendere come i cambiamenti climatici stessero influenzando anche la viticoltura delle regioni più settentrionali, portando a vini alcolici e muscolosi troppo distanti dal suo ideale enologico, rivolto più all’agilità, alla fragranza e all’eleganza.

I primi esperimenti di Haas a quote elevate risalgono addirittura al 2000, con la messa a dimora di diverse varietà tra 700 e 900 metri, inaugurando un approccio presto divenuto convinzione, anzi certezza profondamente radicata nel DNA dell’azienda, che di recente si è persino dotata di un logo e di un marchio registrato, “Viti in Vetta”, applicato sui vini prodotti interamente o parzialmente con uve provenienti da vigneti di alta quota.

Da tale “filosofia” sono scaturiti vini come il Ponkler, rosso di straordinario carattere prodotto dal 2012 da un cru piantato nel 2007 a 750 metri, ed il primo spumante Pas Dosé, elaborato a partire dal 2013 con uve coltivate ad altitudini ancora superiori; entrambi, ovviamente, Pinot nero in purezza, il nobile vitigno di cui Franz Haas era follemente innamorato.

Ed ora un nuovo spumante, un altro Pas Dosé, un altro Pinot nero in purezza, stavolta nato da un’autentica visione, quella colta da Franz direttamente dalle finestre di casa sua da cui riusciva a scorgere un ameno prato che, a ben 1150 metri di altezza nel comune di Aldino, era il primo in primavera a sbarazzarsi della neve per tingersi di verde.

Si trattava, appunto, dell’Eggerhof e fu impossibile trattenersi. Venne preso in affitto per impiantarvi, nel 2012, il primo mezzo ettaro di vigna, ampliato di un ulteriore ettaro nel 2017.

Come Franz aveva intuito, il microclima è favoloso: perfetta esposizione a sud-sud/est, aria tersa e luce cristallina; quattro ore di sole in più, escursioni termiche accentuate e temperature massime inferiori di circa 7°C rispetto ai vigneti più bassi; il che si traduce in fasi vegetative della vite posticipate di quattro o cinque settimane e uve vendemmiate nella prima metà di ottobre.

Il pinot nero è qui coltivato con densità prossime ai 10.000 ceppi/ha, una fittezza d’impianto che può sembrare eccessiva per un vigneto destinato a produrre spumante, tipologia che non ha bisogno di uve troppo ricche e concentrate, bensì più acide e fragranti. 

Eppure, già questo particolare dovrebbe farci intuire come, per combattere il riscaldamento climatico, non sia sufficiente spostare semplicemente le vigne più in alto e continuare a coltivarle con i criteri adottati sulle basse colline; occorre, piuttosto, riparametrare con sensibilità ogni dettaglio, comprendere di cosa le viti necessitino a queste quote e come ci si debba prender cura di loro in queste condizioni di temperatura e luminosità. 

Ecco la vera genialità di Franz Haas e dei suoi collaboratori che, a quanto pare, hanno saputo immaginare una viticoltura diversa e davvero calibrata sul territorio o, meglio, su ogni singola vigna e sulle sue specifiche peculiarità.

L’Alto Adige Spumante Pas Dosé PN 1150 annata 2019, affinato sui lieviti per 60 mesi prima della sboccatura, rappresenta l’ultima sfida di casa Haas, sognata e intrapresa da Franz e, dopo la sua prematura scomparsa nel 2022, magistralmente portata a termine dalla sua “famiglia allargata”, la moglie Maria Luisa Manna, i figli Franz Jr. e Sofia, il giovane e determinato enologo Stefano Tiefenthaler e tutti i collaboratori dell’azienda, di vigna e di cantina.


Si voleva un Metodo Classico “verticale e tagliente”, si è dato vita ad un vino che comunica freschezza e spigliatezza già dai riflessi verdognoli della sua gialla veste, attraversata da un perlage sottile e gioiosamente continuo che pare sospingere fin nelle narici delicati accenni di lieviti e crosta di pane molto nitidi, puliti e fragranti, raccolti intorno a un frutto il cui profumo croccante – la sinestesia ci è venuta spontanea – dà la cadenza a uno sviluppo ricco e composito, con davvero tante sfumature da raccontare; il sorso svela, infine, una personalità eccezionalmente fresca e di lunga persistenza, dove il gusto fruttato è blandito dal delicato rilascio di carbonica e punzecchiato da una sapidità vivace e da una vena acida profonda, affilata eppure proporzionata e ben controllata, per nulla aggressiva, costruita con ogni evidenza attraverso una maturazione degli acini lenta, prolungata ed armoniosa.

Il risultato è un insieme di notevole equilibrio e assai fine melodia.

Vi consiglio di procurarvene almeno una bottiglia e di porla sulla vostra tavola natalizia, dove farà una splendida figura con la sua bella ed evocativa etichetta firmata dall’artista Riccardo Schweizer, per poi regalarvi affascinanti delizie una volta versato nei calici.


MARCO MAGNOLI

Deve alla tradizione familiare la passione per i vini di qualità e a Luigi Veronelli, incontrato nel 2001, l’incoraggiamento ad occuparsi di critica enologica. Dal 2003 è collaboratore del Seminario Permanente Luigi Veronelli. È tra i curatori della Guida Oro I Vini di Veronelli.