di Giulia Perissinotto

Visitare l’Azienda Terčič lascia il segno.

Mi trovo a San Floriano del Collio, a un passo dal confine con la Slovenia. È ottobre e i colori delle vigne sfumano dal giallo al rosso. Un quadro di una bellezza difficile da descrivere a parole. 

La zona della denominazione Collio si estende lungo la fascia settentrionale della provincia di Gorizia, in un territorio di poco più di 1500 ettari di vigneti collinari. 

C’è chi, ragionevolmente, definisce questa vista un anfiteatro naturale.

Da Trieste impiego un’ora esatta per arrivare, ma la distanza si percepisce appena. Il panorama, da un certo punto in poi, è così accogliente con il suo foliage che sembra di trovarsi in un’altra dimensione.

Parcheggio e mi viene subito incontro Mirjam Terčič, scusandosi per avermi fatto aspettare, nonostante fossi io ad avere dieci minuti di anticipo rispetto all’orario programmato: il che già dice molto sul senso di ospitalità di questa splendida famiglia.

Mi accompagna all’interno, al riparo dall’imminente pioggia. Sulla destra, una grande vetrata si affaccia sulle vigne, mentre davanti a me un lungo tavolo di legno massiccio domina la sala. 

Immagino quante cene e degustazioni in buona compagnia abbia ospitato questo luogo.

Poco dopo arriva Matijaž. Si presenta con un sorriso aperto e una stretta di mano salda. Ha un modo di fare gentile e un parlare elegante e pacato, ma carico di energia ed entusiasmo. Mi chiede subito se possiamo darci del tu. 

Per me la risposta è scontata: certo che sì. Per lui, invece, non è così. Mi racconta di essere cresciuto in una famiglia piuttosto severa e che – forse – anche da lì deriva la sua attenzione profonda per gli altri. 

«La persona umana è una cosa meravigliosa», mi dice, «con i suoi sentimenti, le sue fragilità, i pregi e i difetti. È fatta di carne, ed è complessa. Per questo è importante avvicinarsi a ciascuno con rispetto».

Questo approccio si riflette nella filosofia aziendale. Lui la definisce una visione “positiva”, perché invita ad accettare la persona per ciò che è e a mostrarsi sempre con trasparenza e autenticità, cosa che si propone di fare anche coi propri vini.

Sono molti gli appassionati che si avvicinano a loro, arrivando da ogni parte del mondo. Ed è proprio questo scambio umano, racconta, a dare senso al lavoro. Capire chi si ha di fronte e come raccontarsi è importante, perché il mondo del vino è un universo variegato fatto di incontri, relazioni e crescita reciproca.

Ci sediamo e inizio a porgergli le prime domande, impaziente di sapere tutto sulla storia del territorio e di come si intrecci alla loro.

Questo è un luogo intriso di memoria.

In principio la cantina era un piccolo garage. Uno spazio che, subito dopo la Grande Guerra, il padre di Matijaž utilizzava come stalla. Il contesto storico del Collio, tra Cormòns, Oslavia, Dolegna e il versante sloveno, era segnato da una lunga eredità di povertà. Dopo la Prima guerra mondiale, gran parte del territorio era distrutto e le campagne vivevano di agricoltura di sussistenza. Erano poche le famiglie benestanti che possedevano vaste tenute. 

«All’epoca, per sopravvivere, bisognava fare un po’ di tutto. Si coltivavano viti, alberi da frutto — soprattutto ciliegie, susine e albicocche — e si allevavano alcune mucche». 

Con il tempo, però, la situazione cambia. Tra gli anni Venti e Cinquanta lo Stato promuove una lenta rinascita agricola, e negli anni successivi suo padre inizia ad acquistare piccoli appezzamenti di terreno, come molti altri contadini della zona. È il segno di una ripresa non solo economica, ma anche sociale.

Per questo, verso la fine degli anni Ottanta, Matijaž si trova davanti a una scelta decisiva: proseguire con la zootecnia, come i suoi predecessori, o dedicarsi completamente alla viticoltura e all’enologia. Una decisione, a detta sua, tutt’altro che semplice. 

Dopo una serie di riflessioni, rendendosi conto che per carattere era predisposto a fare una sola cosa fatta bene, opta per la seconda strada.

La famiglia Terčič, così, dal 1993, inizia a concentrarsi interamente sulla produzione di vino esclusivamente imbottigliato, garanzia di identità e qualità. Le prime due vasche — Chardonnay e Pinot Grigio — arrivano proprio in quegli anni, mentre nel 2004 la cantina viene ristrutturata e ampliata, pochi metri più in là, per rispondere alle nuove esigenze produttive e normative.

L’anno successivo al primo imbottigliamento, incontrano Luigi Veronelli.

Parlando dell’episodio, avvenuto nel 1994 durante la manifestazione I vini di Veronelli a Trieste, riporta la profonda stima che provava per il celebre giornalista e critico che, proprio quell’anno, aveva recensito il loro Chardonnay dimostrando da subito interesse per la loro giovane realtà.

Sia lui che la moglie Mirjam lo ricordano come un grande conoscitore del vino, ma soprattutto un convinto sostenitore delle piccole aziende che avevano scelto la strada dell’imbottigliamento. 

Credeva nel valore artigianale del lavoro e nella ricerca costante di autenticità. Era proprio lui che andava alla scoperta di queste piccole cantine, spesso sconosciute, molte delle quali sarebbero poi diventate nomi noti del panorama vitivinicolo italiano.

Vini artigianali.

Non naturali, non biologici, non biodinamici, solamente artigianali. Un concetto molto più vicino alla filosofia dei Terčič, per i quali la viticoltura è fondata sulla qualità, non sulla quantità; sulla cura, non sulla corsa alla produzione; allo stesso tempo, un termine che non si ritrova ad esprimere una moda o un’ideologia, ma l’essenza di un prodotto. Tra i due nacque subito un’intesa, poiché condividevano lo stesso approccio etico, la stessa visione del vino come espressione sincera del territorio e del lavoro umano.

Proprio mentre il nostro dialogo prosegue, la pioggia comincia a cadere. Mi alzo e guardo fuori dalla grande finestra il cielo plumbeo e le viti con le loro sfumature autunnali. 

A San Floriano le colline disegnano un paesaggio ordinato, spesso disposte su terrazze che localmente chiamano plante. Questa disposizione aiuta a contenere la pendenza tra il 10 e il 20%, mi dice Matjaz, ed è proprio da questo termine che nasce lo Chardonnay Planta, interamente affinato in legno. Spesso le piante vengono mantenute con l’inerbimento naturale, una scelta utile per prevenire il dissesto idrogeologico, e la potatura segue due approcci diversi: il doppio capovolto per le viti più anziane e il Guyot per quelle più giovani.

Quando gli chiedo di raccontarmi qualcosa di più sulla geologia della zona e accenno alla ponca — termine ormai d’uso comune per descrivere il terreno tipico di quest’area — lo vedo subito storcere il naso. 

«Il termine ponca è un po’ maltrattato. È entrato nel nostro linguaggio quotidiano, ma in realtà si tratta di marna». Si riferisce ai sedimenti di flysch marnoso-arenaceo risalenti all’Eocene medio e inferiore. In origine, infatti, c’era invece un grande bacino marino che, ritirandosi, ha dato origine al mare Adriatico e a questo suolo unico, che nel tempo si sgretola e si disfa tra le mani sembrando quasi sabbia.

I sedimenti in questione sono composti da marne grigio azzurro-giallastre, strati sottili di arenaria e una combinazione delle due, e danno origine a un terreno bruno e bruno oliva. 

Ne derivano caratteristiche ben precise nel vino. Non sarà mai opulento, ma sempre di corpo pieno con profumi intensi ed eleganti. 

I 14 appezzamenti di vigneto sono distribuiti tra collina e pianura e la vinificazione di ogni parcella viene gestita separatamente, proprio perché ogni vigneto ha un’identità propria e va compreso. 

Lo dimostra il lavoro sul campo, quando nei mesi invernali si trovano a dover affrontare la potatura manuale. È un momento che richiede un’osservazione attenta che comporta la scelta del taglio principale: dove va fatto? Dipende dalla vite, siccome in natura non ne esistono due uguali, ognuna va gestita individualmente. Anche i tratti di bosco che circondano i filari giocano un ruolo importante nel microclima. Regolano l’umidità, offrono ombra e contribuiscono all’equilibrio complessivo delle piante. È vero, però, che ad agosto arriva il momento di recintare le vigne con fili elettrici, per difenderle dagli animali selvatici.

Durante questo mese si decide anche quando iniziare la vendemmia, e la scelta dipende da diversi fattori, primo fra tutti la maturazione dell’uva. 

Maturità tecnologica – quando si raggiunge l’equilibrio tra zuccheri e acidità – maturità fenolica, fondamentale per l’unica uva a bacca rossa, il merlot, e maturità gustativa – valutata con l’assaggio diretto dell’uva – vanno ricercate tutte, così da poter raggiungere il perfetto equilibrio.

Per Matijaž la viticoltura di qualità si fa con poca produzione. È un principio semplice, ma che racchiude tutta la filosofia aziendale. Ed è fondamentale essere responsabili in vigna per lasciare alle generazioni future le migliori condizioni di lavoro e di vita. 

Che non amasse gli slogan era già chiaro, ma conferma il suo punto di vista con convinzione. «È inutile mettere il bollino dell’ape sull’etichetta se poi si acquistano prodotti dannosi come il rame. Ciò che fa la differenza, è la consapevolezza». 

Per questo collabora attivamente con professori e altri esperti dell’Università di Udine, mantenendo un dialogo costante per comprendere come intervenire in modo mirato e rispettoso, sia sui vigneti sia sul suolo. Capire se, quando e come trattare è una questione di competenza, più che di ideologia. È importante, per lui, confrontarsi con esperti di ciascun settore che siano in grado di consigliare correttamente.

Lo stesso mercato rappresenta una sfida; per questo è fondamentale avere un obiettivo chiaro davanti a sé, saper scegliere quale vino proporre e a chi destinarlo, oltre a circondarsi di collaboratori capaci di rappresentare al meglio l’azienda, sia in Italia che all’estero. Oggi più che mai è richiesta competenza in ogni settore. Soprattutto nel post Covid le richieste sono più complesse e le aspettative più alte, perciò la cooperazione è diventata un elemento imprescindibile. Allo stesso tempo è essenziale mantenere la propria identità, trovando e ricercando sempre il giusto equilibrio e compromesso senza allontanarsi dalla propria filosofia.

E iniziamo qui a parlare dei vini e del loro percorso in cantina. Partiamo da un principio fondamentale: per Terčič, il contenitore è uno strumento, non un fine. Il suo compito è valorizzare le caratteristiche innate di ogni vino, motivo per cui l’attenzione è rivolta prima di tutto alla cura della vigna. La vinificazione è orientata a esaltare le peculiarità di ogni annata e del territorio di origine. 

«Non bisogna mai dimenticare da dove nasce il vino: dal territorio, dall’annata, dal sistema di allevamento, dalla terra stessa». 

Nonostante, certo, la tecnologia abbia compiuto enormi progressi, soprattutto con l’introduzione delle grandi botti in acciaio inox.

Tra i vini prodotti, il Merlot è l’unico rosso; tutti gli altri sono bianchi.

Ogni parcella viene vinificata separatamente, e il recipiente di destinazione è scelto in base al risultato desiderato e alle caratteristiche del vitigno e dell’annata. Un esempio emblematico è lo Chardonnay, il primo vino — insieme al Pinot Grigio — a essere stato vinificato e imbottigliato nel 1993. Il 1997 rappresentò un anno di svolta. Fu mediamente più caldo rispetto ai precedenti e spinse Matijaž a decidere di affinare tutto lo Chardonnay in legno. L’esperimento ebbe successo, ma già dall’anno successivo — il 1998 — scelse di distinguere le due produzioni: una parte di Chardonnay in acciaio e un’altra, il Planta, in barrique. 

In chiusura del nostro incontro, degustiamo insieme un calice di questo primigenio Chardonnay in acciaio, annata 2023. Il colore è intenso, dorato e brillante. All’olfatto si rivela estremamente fine ed elegante: crosta di pane e frutta matura, albicocca in primis, che evolvono verso note di frutti tropicali, ananas e mango, ma mantenendo sempre raffinatezza, non cedendo mai il passo ad un eccesso di sfarzo, per poi chiudere su un allungo di scorza di limone e fieno appena falciato. Il sorso incanta e sorprende con una freschezza viva e una sapidità avvolgente. È un vino già oggi piacevole e armonioso, sebbene ancora giovane. 

Non vedo l’ora di assaggiarlo tra qualche anno quando, con il tempo e la giusta pazienza, potrà esprimere tutto il suo potenziale.


Giulia Perissinotto

Nata a Roma nel 1994, oggi vive a Trieste. Terminati gli studi classici si è specializzata all’Università degli Studi di Udine in comunicazione strategica e digital marketing e lavora come Digital Strategist e Content Creator. Dopo aver conseguito il Diploma di Sommelier con AIS ha deciso di unire i propri interessi: la formazione nel campo del vino e l’esperienza nella comunicazione digitale, costruendo Wine me to the Moon, il suo blog. É  convinta che la comunicazione sia uno strumento fondamentale per diffondere la cultura del vino e crede molto nel potere delle storie ben raccontate e nella loro capacità di generare curiosità e valore nel tempo.