Siamo sulla collina di Gramogliano, comune di Corno di Rosazzo. In uno dei territori più intriganti dei Colli orientali, c’è Canus, azienda vitivinicola che ha a cuore le api. Andiamo a conoscerla.

di Simonetta Lorigliola

Sei in luoghi che raccontano la storia del Friuli. Il nome della Regione viene da Forum Iulii, l’antica denominazione -di romana ascendenza- di Cividale che fu poi importante centro longobardo. Poco più in giù, Gorizia, già ricca Contea. Verso sud est, Aquileia, importante porto romano e poi capitale della Patria del Friuli, il patriarcato nato dopo la «rinascita dell’anno Mille», esempio illustre di democrazia parlamentare ante litteram.

Qui siamo nella terra di mezzo, tra quei centri storicamente strategici. Gramogliano aveva un grande castello con, pare, cinque sontuose torri. Ora ne sopravvive una. Dal Duecento in poi vi si insediarono i signori di Gramogliano, prima alleati del Patriarcato, poi, con un voltafaccia tipicamente medievale, con i potenti Conti di Gorizia. Le ire del Patriarca portarono le sue truppe ad assediare il Castello e, dicunt, a radere al suolo tutti i suoi vigneti. Il che la dice lunga sulla storicità della viticoltura in questo luogo. Alla fine anche qui, arrivò la Repubblica di Venezia. Portando con sé la pacificazione (forzata o meno) e un nuovo modello agricolo.

Mi trovo in un crocevia della Storia! A questo penso mentre Edi Tapacino, direttore commerciale dell’azienda, mi conduce sulla cima della collina. Che è Canus poiché l’azienda agricola e la sua cantina, in un corpo unico, sono letteralmente appoggiate proprio su quella collina. Che è un classico Ronco, di veneziana memoria appunto, con i vigneti sui fianchi e la casa padronale in cima.

Siamo in comune di Corno di Rosazzo, tra quei Colli orientali che costituiscono un’importante denominazione in questa Regione.

Canus appartiene oggi a Ottorino Casonato, origini a Castelfranco Veneto, tornato alla sua antica passione per la terra, dopo il pensionamento e un’intensa vita tra gruppi bancari e importanti attività imprenditoriali.

La collina è vitata (circa 15 ettari) solo nella parte di esposizione a sud-sud est.

Marne e arenarie al suolo, preziose fonti di mineralità. Si pratica una viticoltura ragionevole e rispettosa dell’ambiente. Canus aderisce al progetto Eno Bee, Api in Vigna che prevede l’installazione di un sistema tecnologico di monitoraggio per controllare lo stato di salute e la produttività dell’ecosistema alveare. Le api sono, infatti, sentinelle ambientali: la loro salute indica salubrità degli ecosistemi. Portare le arnie e le sue operose abitanti nel vigneto stimola, inoltre, un equilibrio virtuoso perché le api impollinando agevolano l’allegagione (formazione del frutto), inoltre succhiano lo zucchero dagli acini danneggiati, sigillandoli e riducendo il rischio di formazioni fungine.

Sulla collina vengono coltivate le uve maggiormente acclimatate su questi suoli. Ci sono viti di merlot che hanno 50 anni di vita, tanti quanti l’azienda stessa.

Tra i bianchi la longevità delle piante arriva a 30 anni. Tocai, chardonnay, ribolla, sauvignon, pinot grigio. Tra i rossi, spicca il territoriale pignolo.

Diverse le forme di allevamento (Guyot e Cordone Speronato, circa 5000 ceppi per ettaro) per meglio studiare i risultati e gli adattamenti. Tapacino, uomo sensibile ed energico, che tiene tra le mani con conoscenza e sensibilità la conduzione commerciale dell’azienda, mi presenta la mente enologica di Canus, Giovanni Bignucolo. È un nome importante da queste parti. Ha scritto parte della storia del miglioramento qualitativo dei vini in Collio e anche in Carso, con l’esperienza a Castelvecchio. Compie quest’anno le sue 55 vendemmie in Friuli.

Bignucolo è un uomo esperto e pratico, la sua enologia si basa su operazioni molto semplici e non cede ad artifici o estreme tentazioni tecniche e tecnologiche. Il freddo è il migliore alleato della qualità dei vini, e così si pensa anche in questa cantina. Dove non manca una sontuosa barricaia, per l’affinamento.

Cammina la collina, intorno. Davanti, in fondovalle, l’iconico Judrio. Subito si distingue la Slovenia, a un tiro di schioppo, con la sua Brda. Di qua dal confine, il Collio nostrano, e mi pare di intravedere la collina di Ruttars. Davanti, poco distante, l’Abbazia di Rosazzo… continua… Questa collina è un panopticon che consente di abbracciare più territori.

E pare che i vini si giovino di questa visione aperta. Bianchi diretti, puliti ed eleganti.

Mi ha molto colpito il Gramogliano 2018, blend da uve sauvignon (80%), friulano (ricordiamo che solo il vitigno si può ancora nominare come tocai) e chardonnay, tutte vinificate separatamente e poi assemblate.

È «il» vino di questa collina, esprime marcatamente la ricchezza minerale del suolo, regalando un sorso elegante, fresco con note vegetali spiccate tra cui emerge netta la melissa, chiude un soffio di mela gialla, la golden dorata e piena.

Mi immagino questo bel bianco territoriale, a nozze con una busara di scampi, di istriana memoria. Una busara rigorosamente in bianco, con un nonnulla di prezzemolo, il sugo denso e goloso. Poi, una bella fetta di pane autentico e soffice da inzupparvi dentro. E il Gramogliano bianco di Canus a sposarla, nobilitandola al palato e all’immaginazione.

Canus
Gramogliano – Corno di Rosazzo UD



Simonetta Lorigliola

Simonetta Lorigliola, giornalista e autrice, si occupa di  cultura materiale. È nata e cresciuta in Friuli. Ha frequentato l’Università degli studi di Trieste, laureandosi in Filosofia. È stata Responsabile Comunicazione di Altromercato, la principale organizzazione di Commercio equo e solidale in Italia. Ha collaborato con Luigi Veronelli, nella sua rivista EV Vini, cibi, intelligenze e nel progetto Terra e libertà/critical wine. Ha vissuto in Messico, ad Acapulco, insegnando Lingua e cultura italiana. Ha diretto Konrad. Mensile di informazione critica del Friuli Venezia Giulia. Da molti anni collabora con il Seminario Veronelli per il quale è oggi Caporedattrice e Responsabile delle Attività culturali. Ha pubblicato Le sue ultime pubblicazioni sono È un vino paesaggio (2018) e Eolie enoiche (2021) entrambi editi da Deriveapprodi.
Foto di Jacopo Venier