Vino. Composto di umore e di luce

di Alberto Natale

Galileo e la consolazione del vino nell’esilio

A Firenze, nella cerchia degli accademici del Cimento, fra gli eredi e i continuatori delle «sensate esperienze» galileiane, si cercava di verificare e di scoprire con «chiare dimostrazioni» il mistero dell’uva che capta il raggio solare, degli acini che assorbono, trattengono e trasformano in energia chimica la luce cosmica. E fu tra la prima e la seconda generazione postgalileiana, tra Cimento e Crusca, che si sviluppò un fervido dibattito di tipo moderno e scientifico nel quale il vino non era più (o non soltanto) oggetto di «civile» e mondana conversazione (così tipica della tradizione precettistica rinascimentale dei Della Casa, Castiglione, Guazzo) ma diventava un quesito fisico-meccanico, da trattarsi non più alla stregua di argumentum conviviale, letterario o erudito, ma da analizzare e saggiare proprio come una «naturale esperienza».

La vite e il compasso geometrico

Lo stesso Galileo, del resto, era stato «profondo conoscitore e amatore di vini, esperto delle tecniche di coltivazione delle viti, agricoltore appassionato che applicava ai suoi vigneti la precisione del compasso geometrico». Come ci riferisce l’allievo e amico Viviani, Galilei era solito «filosofare intorno al nutrirsi e al vegetar delle piante, sopra la virtù prolifica de’ semi e sopra l’altre ammirabili operazioni del divino artefice». Nicolò Ghirardini, canonico toscano, racconta inoltre che Galileo «gustò fuori di modo dell’agricoltura, asserendo che pochi erano quelli che sapevano metter in pratica i suoi precetti nel tempo di potare e legare le viti. Si tratteneva molte ore continove in un suo orticello, e tutte quelle pergolette ed anguillare accomodava di sua mano, con tanta simmetria e proporzione, che era cosa degna d’esser veduta». Di sua mano costruiva i cannocchiali, di sua mano potava e legava le viti, di persona si procurava il vino o ne cercava intercessione tra gli amici.

Cristiano Banti, Galileo davanti all’Inquisizione

Incantata bevanda

Il vino appariva a Galileo uno straordinario composto di umore e di luce. L’«incantata bevanda» ha il suo prodromo biologico negli  «ingegni», nei segreti laboratori che silenziosamente lavorano nell’«artifizioso laberinto» dei chicchi d’uva, i quali «a guisa di spugne si beono la luce», che «siccome fa l’acqua nell’aria liquida, perde in un subito la figura di raggio, e si spolvera dentro all’uva». Polvere di luce (si noti come Galileo e Magalotti intuiscano e precorrano la concezione del dualismo, onda e particella, della luce) che, mescolandosi alla linfa vegetale, sintetizza e al tempo stesso si trasforma nel glutine dell’umore, anima solare che si trasforma in energia vitale. La liquida sostanza uscita dalle vene della vite si trasforma in intimo calore, rendendo possibile la paradossale metamorfosi dall’umido e dal freddo al caldo e al secco. 

Nel febbraio del 1634, il segretario privato del granduca Ferdinando ii – l’amico Geri Bocchineri – lo rifornisce di ciò che lo scienziato in esilio gli aveva cortesemente richiesto (diversi barili di «bianco, rosso, cilegiuolo, chiarello, claretto, bruschetto, piccante, dolce») offrendosi di arricchire la spedizione con altri vini «di qualunque colore o sapore», tale profusione di colori, gusti e sapori dà l’impressione, soggiunge Camporesi, «che questo smagliante assortimento di liquori potesse servire anche a una serie di esperienze condotte nel laboratorio-cantina […] da un fisico che volesse analizzare il chimismo del vino».

La potatura di Galileo e la centralità della sperimentazione

Che cosa meglio dei più «esquisiti nettari» poteva accelerare la potenza fantastica e la speculazione creatrice? D’altronde, per «dilucidare e svegliar le menti», per «introdursi nel ricchissimo erario della natural filosofia» meglio ancora dei libri erano, per Galileo, le «osservazioni e l’esperienze, che per mezzo della chiave de’ sensi, da più nobili e curiosi intelletti si potevano aprire». E gli «esquisiti nettari» sembravano rappresentare lo strumento per eccellenza per attivare quella «chiave de’ sensi»: «sensate esperienze», dunque. Ci informa ancora il Viviani che a Galileo «particolarmente premeva l’esquisitezza e varietà de’ vini d’ogni paese, de’ quali era tenuto continovamente provvisto dall’istessa cantina del Serenissimo Granduca, e d’altrove: e tale era il diletto ch’egli aveva nella delicatezza de’ vini e dell’uve e del modo di custodire le viti ch’egli stesso di propria mano le potava e le legava negli orti delle sue ville, con osservazione, diligenza e industria più che ordinaria, e in ogni tempo si dilettò grandemente dell’agricoltura, che gli serviva insieme di passatempo e d’occasione di filosofare».

La biblioteca di Galileo, fatto che al giorno d’oggi – lettori bulimici come siamo – desta sorpresa,  era certamente molto meno fornita della sua cantina. Alla sua morte, l’inventario registrava «circa quaranta pezzi di libbri» benché, come avverte ancora il Viviani, tutti «di prima classe». Ma ciò non deve meravigliarci più di tanto poiché «lo studio suo» (è Ghirardini che questa volta parla) «dipendeva dalla continova osservazione con dedurre da tutte le cose che vedeva, udiva, toccava, argomenti di filosofare». Tutti i suoi sensi erano insomma strumenti di studio e lavoro, sottolinea ancora Camporesi, «toccava e interpretava, vedeva e capiva, udiva ed elaborava.» Erano i sensi, i «cinque sentimenti del corpo» i suoi principali strumenti per «eccitare un congegno mentale che attendeva alla ricomposizione di una nuova e impensabile imago mundi».

Occhio, occhiale e occhialino

Il secolo di Galileo fu quello che in particolare mise progressivamente in primo piano il senso della vista. Lo sguardo dell’uomo si dirige lontano, tra i pianeti grazie al cannocchiale («l’occhiale») e penetra nel piccolissimo con la visione delle «cose minime» grazie al microscopio («l’occhialino»). Pochi anni dopo che Galileo aveva rivolto il suo sguardo scrutatore ai pianeti, Francesco Redi fondava la biologia sperimentale e diventava il padre della parassitologia moderna, grazie ai primi strumenti per osservare i microorganismi e mettere definitivamente in soffitta la tradizionale teoria della generazione spontanea ex putri, che da tempo immemorabile sosteneva che gli animalcula, i piccoli parassiti, i vermi e i microorganismi allora conosciuti nascessero spontaneamente dai ristagni organici e dalla putredine.

Considerando questi aspetti dell’eccellenza della visione e del suo strumento principe – l’occhio – desta molta amarezza ricordare che il fondatore della scienza moderna, lo scrutatore del sistema solare, l’attento e acuto disciplinatore di pergole e vitigni sia rimasto, negli ultimi anni della sua vita, privato della vista.

Il dolore per  un simile destino era probabilmente più avvilente che non quello della persecuzione o quello della perdita degli affetti familiari. La drammatica lettera a Elia Diodati del luglio 1634 mette pressoché sullo stesso piano la perdita dell’amata figlia e «la rabbia» dei suoi  «potentissimi persecutori». L’unica consolazione che sembra rimanergli è quella di poter disporre di una cantina ben fornita di quell’amato vino che cercava sempre di non farsi mancare. E se questo accadeva, dalla sua dimora forzata partivano lettere allarmate e ansiose, come quella all’amico Benedetto Guerrini, nel nevoso marzo del 1637:

I freddi eccessivi, l’uno della stagione e l’altro della mia vecchiaia, l’esser ridotto al verde il regalo grande di due anni fa delli 100 fiaschi, e tutti i particolari minori del Serenissimo Padrone delli due mesi passati con quello dell’Eminentissimo Signor Cardinale, dei Serenissimi Principi, e li due dell’Eccellentissimo Signor Duca di Ghisa, oltre all’essermisi guastato il vino di due botticelle di questo del paese, mi mettono in necessità di ricorrere al sussidio e favore di V. S. e del Signor Sisto, conforme alla cortese offerta fattami qui all’Imperiale; cioè che con ogni diligenza e industria, e col consiglio e intervento dei più purgati gusti, voglino restar serviti di farmi provvisione di 40 fiaschi, cioè di due casse di liquori varj dei più esquisiti che costì si ritrovino, non curando punto di risparmio di spesa, perché risparmio tanto in tutti gli altri gusti corporali, che posso lasciarmi andare a qualche cosa a richiesta di Bacco, senza offesa delle sue compagne Venere e Cerere. Costì non debbon mancare Scillo e Carino, né meno la patria del mio maestro Archimede Siracusano; i Grechi, i Claretti ecc. Avranno, come spero, comodo di farmeli capitare col ritorno delle casse della dispensa; ed io prontamente soddisfarò tutta la spesa, ma non già tutto l’obbligo col quale resterò legato alle Signorie Loro, perché sarà infinito. Ma là dove non arriveranno le forze, supplirà in parte la buona volontà e la prontezza in servirle, dove mi onorassero di qualche loro comandamento. La neve in questa notte passata si è alzata un buon palmo, e tuttavia continua per arrivare a mezzo braccio.

Il vino che lenisce il dolore dell’esilio

Purtroppo, la vista lo abbandona del tutto, sente distintamente che la morte incombe («dubito che il dettar più lettere sarà giunto al fine») e che le malattie lo stanno consumando. E tuttavia sembra quasi che i suoi ultimi pensieri siano ancora per il vino: il 16 febbraio 1639 scrive a Benedetto Guerrini: 

Alcuni giorni fa il P. Francesco delle Scuole Pie mi dette avviso qualmente il Serenissimo Granduca, dopo d’aver inteso ch’io avevo finito di levare dalla cantina li 120 fiaschi che già più di venti mesi sono S. A. S. mi donò, avea per altrettanta somma dato ordine che nell’avvenire mi fosse a mia richiesta consegnata. Tuttavia non sento che tale commissione sia ancora fatta qua ai cantinieri, e però, e per mia onorevolezza e per l’ esecuzione della volontà Padrone, prego V. S. ad interporci il suo favorevole ricordo, acciò la grazia sia eseguita.

Non passa nemmeno una settimana che, non riuscendo a sbloccare l’agognata consegna, torna a chiedere aiuto al Guerrini, il 24 febbraio: 

Avendo per la gratissima di V. S. molto Illustre inteso gli ordini dati dal Serenissimo Granduca nostro Signore in materia del vino, del quale l’A. S. mi favorisce ed onora, mandai alla cantina per averne due fiaschi: ma dissero i cantinieri non aver ricevuta commissione alcuna, onde ne restai senza, e mentre ch’ella mi accenna la volontà di S. A. essere stata di propria bocca significata all’ Illustrissimo Signor Marchese Colloredo, ho giudicato essere mio obbligo necessario dare un moto a S. S. Illustrissima d’avere io (ma non prima che adesso) inteso di tal commissione, e perciò supplicarla a porla in esecuzione, con assicurarla che glie ne terrò perpetuo obbligo, e che dopo la persona del Serenissimo Granduca, riconoscerò la grazia ed il regalo dalla cortese mano di S. S. Illustrissima. Prego dunque V. S. molto Illustre a recapitare la qui allegata.

Non sappiamo se l’amico sia poi riuscito a soddisfare gli ultimi desideri dello scienziato, confinato in esilio, privo ormai di affetti familiari, malato e privato del bene più prezioso che possedeva: la vista. Ce lo auguriamo di tutto cuore e speriamo che quei fiaschi consolatori abbiano potuto lenire gli ultimi mesi della sua vita. Come è noto Galilei morì nei primissimi giorni dell’anno 1642.

Cannocchiale galileiano. Museo civico di Vicenza

Leggere il gran libro del mondo

Forse non ci si rende bene conto oggi della grandezza e dell’importanza di Galileo nell’aver delineato il percorso che conduce alle attuali conoscenze scientifiche. Nei libri scolastici viene ricordato principalmente, associandolo all’invenzione del cannocchiale (che tra l’altro non è tecnicamente neppure sua), sottolineando le sue scoperte astronomiche e le sue sventure legate alla teorizzazione dell’eliocentrismo. Il fatto è invece che Galileo andrebbe ricordato principalmente come il fondatore indiscusso del metodo scientifico, avendo precorso tra l’altro gli sviluppi della fisica dei secoli successivi. Aveva intuito e posto le basi per il calcolo infinitesimale, prima di Newton e Leibnitz; aveva anticipato per primo il concetto di relatività del moto senza attendere Einstein e aveva inteso la proprietà fondamentale creatrice della luce, fino ad allora considerata un semplice riflesso, avvertendone la duplice natura corpuscolare e ondulatoria senza attendere la teoria dei quanti. Aveva perfino tentato di calcolarne la velocità, pur non avendo a disposizioni gli strumenti tecnologici che si sarebbero via via resi disponibili nei secoli successivi. 

Fabbricava personalmente i suoi strumenti armato soltanto di infinità curiosità, pazienza e umile senso critico, rispettava le conoscenze empiriche e i saperi popolari sedimentati dall’esperienza, riconoscendo l’importanza di qualsiasi contributo fosse stato idoneo a «leggere il gran libro del mondo». Senza dimenticare inoltre il ruolo centralissimo e monumentale delle sue opere nell’ambito della letteratura italiana. Un uomo totale insomma. 

Galileo – Studi sulla Luna

Sulla Luna

Voglio ricordarlo con una citazione di un’opera giovanile, quando non ancora trentenne, ma già docente di matematica all’università di Pisa, scriveva le Postille all’Orlando furioso, nelle quali dichiarava di amare nell’Ariosto «non solo lo svariare dei bei sogni, il mutar rapido delle situazioni, la viva elasticità del ritmo, ma l’equilibrio armonico di questo, la coerenza dell’immagine, l’unità organica – pur nella varietà – del fantasma poetico». Si tratta indubbiamente di un esercizio di critica letteraria di altissimo livello e di sorprendente modernità, anche secondo i canoni dell’analisi testuale contemporanea, scaturita per di più dalla penna di un giovane matematico e non di un abituale frequentatore delle muse d’Elicona.

Probabilmente era consapevole di dover pagare un debito al poeta che non a caso aveva mandato il suo Astolfo in missione lunare a scoprire «altri piani, altre valli, altre montagne», e ad anticipare così il suo mentore nell’immaginare come ovvia l’irregolarità del suolo lunare – ritenuto invece perfettamente liscio,  ancora ai sui tempi, nel Seicento. 

Hanno sin qui la maggior parte dei filosofi creduto che la superficie [della Luna] fosse pulita, tersa e assolutissimamente sferica e se qualcuno disse di credere che ella fusse aspra e montuosa fu reputato parlare più presto favolusamente, che filosoficamente. Ora io questo stesso corpo lunare […] asserisco il primo, non più per immaginazione, ma per sensata esperienza e necessaria dimostrazione, che egli è di superficie piena d’innumerevoli cavità ed eminenze, tanto rilevate che di gran lunga superano tante terrene montuosità.

NOTE

1 Piero Camporesi, La terra e la luna, Milano, Il Saggiatore, 1989, p. 285.

2 Lorenzo Magalotti, Lettera a Carlo Dati, in Lettere sopra i buccheri, Firenze, Le Monnier, 1945, p. 275.

3 Galileo Galilei, Lettera a Monsignor Pietro Bini, Firenze, 23 Marzo 1615.

4 Vincenzo Viviani, Racconto istorico della  vita di Galileo, Milano, Rizzoli, p. 60.

5 Camporesi, La terra e la luna, cit., p. 290.

6 Galilei, Lettera a Elia Diodati a Parigi, Arcetri, 4 Luglio 1637.

7 Galilei, Lettera a Benedetto Guerrini a Firenze (Benedetto Guerrini fu discepolo di Galileo, e ingegnere del Granduca), Arcetri, 4 Marzo 1637.

8 Galilei, Lettera a Gallanzone Gallanzoni, 16 luglio 1611.

* Nota generale: le lettere di Galilei sono tratte da: Le opere di Galileo Galilei, Firenze, Barbera, 1966 e Opere di Galileo Galilei, Napoli, Ricciardi, 1953).


ALBERTO NATALE

Alberto Natale è nato a Bologna il 21 dicembre 1953. Si è laureato al DAMS all’Università di Bologna con Piero Camporesi. Ha fatto poi parte del suo gruppo di ricerca, rivolgendo il suo interesse e i suoi studi alla letteratura di consumo nell’età moderna. 
Oggi è membro del Comitato scientifico del Centro Studi intitolato allo stesso Piero Camporesi presso il Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’Università di Bologna. Il Centro si propone di mantenere viva la lezione dell’eminente italianista (ma anche storico e antropologo, come spesso è meglio conosciuto fuori dell’Italia) a partire dalla valorizzazione della biblioteca e dell’archivio personale dell’autore, acquisita dal Dipartimento.
Natale ha studiato i rapporti tra Giulio Cesare Croce e la letteratura di piazza, i temi del mostruoso in Tomaso Garzoni e gli usi propagandistici della paura nella letteratura di consumo del XVII e XVIII secolo. 

Seguendo la pista camporesiana dell’antropologia alimentare, si è occupato delle trasformazioni simboliche dell’immagine degli alimenti nella società e nella letteratura e delle narrazioni del cibo nel racconto cinematografico. 
Ha partecipato all’attività didattica del corso Cibo e comunicazione – del Corso di Laurea in Scienze Gastronomiche presso l’Università  di Parma; collabora attivamente alla rivista del Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’Università di Bologna, Griseldaonline, nella quale ha pubblicato numerosi contributi.