A cura di Marco Magnoli
Comme ces longs rayons dorés du soir qui laissent
le monde un peu plus large et plus pur après eux,
sous le trille exalté d’une grive, je peux
m’en aller maintenant sans hâte, sans tristesse:
tout devient transparent. Même le jour épais
s’allège et par endroits brille comme une larme,
heureux entre les cils de la nuit qui désarme.
Ni rêve ni sommeil. Plus d’attente. La paix.
L’evanescente illuminazione di un attimo che non ritorna, registrata nel 1958 ai Reeves Sound Studios di New York, oppure la folgorante emanazione di un sole prossimo al tramonto, in quell’unica esecuzione dal vivo a Seattle nel 1978? Quale versione di Peace Piece di Bill Evans ispira i versi di Jacques Rèda?


Le riascolto entrambe per ritrovarmi seduto all’ombra di un fico, tra viti e ulivi, «ad assorbire i lunghi raggi dorati della sera, il mondo un po’ più largo e puro, lo scintillio trasparente di una lacrima rincuorata dalla notte serena e incipiente, senza sogno né oblio, finalmente in pace», avvolto dai profumi e dai sapori della Magna Grecia, dai paesaggi mitopoietici che ammaliarono gli antichi coloni sulla costa ionica di Calabria.
Enotria tellus. E non può, allora, mancare un calice di vino. Calabrese nell’animo, nel racconto, nell’emozione; forestiero nel vitigno, nobile errabondo che anche qui ha trovato casa.
L’eroe Filottete, custode dell’arco di Eracle, cacciato da Melibea giunge in queste terre, fonda Krimisa, consacra un tempio ad Apollo Aleo, protettore di esuli, naviganti e viaggiatori. Fonda pure Petelia, il cui contado presta ora il suo genius a Imyr, allusivo Chardonnay di Roberto Ceraudo.


La versione del 2016, brillante d’oro, solare e opulenta alla vista, profuma di frutta matura, calde spezie e fiori, morbidi accenni tostati. Il gusto è, invece, profondo e sotterraneo; né dolce né immediato, a tratti sapido e insieme burroso, ha vena fresca e sottile dal finale netto, salato, quasi marino.
Suggestione che non si risolve, ma intarsia una voluta di dissonante armonia; incanta e pare alludere a un diafano turbamento, etereo come cristallo. Resta forse sospesa, senza più attesa: un ultimo sguardo al mare, prima di ritrarsi nella densità del mito.

MARCO MAGNOLI
Di formazione classica e umanistica, da sempre cultore di letteratura, storia e filosofia, ha coniugato questi interessi con la passione per i vini di qualità trovando un riferimento ideale nella figura di Luigi Veronelli, incontrato nel 2001, che lo ha incoraggiato e introdotto alla critica enoica. Già firma della rivista E.V., dal 2003 collabora con il Seminario Permanente Luigi Veronelli, per il quale si è occupato di diversi progetti editoriali. Dal 2017 è tra i curatori della Guida Oro I Vini di Veronelli.