A cura di Marco Magnoli
Nel mondo del vino, i primi anni Duemila sono stati un periodo di contrasti spesso feroci, di divisioni manichee e di scontri finanche ideologici. La querelle, in effetti, era sorta già da una decina d’anni, ma in quella fase storica si era piuttosto radicalizzata, con gli esponenti dei due orientamenti arroccati su posizioni speculari. Il problema, a dire il vero, si poneva più che altro tra gli appassionati maniacali (a cui si aggiungeva qualche giornalista), perché tra i produttori le prese di posizione e i distinguo apparivano a quel tempo già sfumati, con i più avveduti impegnati a trarre il meglio da entrambi gli approcci.
La disputa, formalmente nata nell’ambito del Barolo, si era presto diffusa un po’ in ogni angolo del Paese, almeno laddove la vitivinicoltura mostrava cenni di dinamismo e voglia di rinnovamento.
Le posizioni sono note e possiamo, quindi, riassumerle brevemente. I cosiddetti “tradizionalisti” prediligevano l’uso di botti grandi e lunghe macerazioni senza ausili tecnologici, privilegiando vini austeri destinati ad evolvere lentamente nel tempo. I “modernisti”, per contro, sostenevano l’uso della barrique e di macerazioni più brevi a temperatura controllata, spesso gestite in rotofermentatori, apprezzando vini più immediati, morbidi e dal colore più intenso.
Mentre il dibattito si concentrava per lo più sulle tecniche di cantina, con i tradizionalisti ad accusare i rivali di trascurare i reali valori della terra sacrificandoli sull’altare dei vini “da concorso” fini a se stessi, molti tra i produttori considerati modernisti stavano, in realtà, rivoluzionando proprio il lavoro in vigna, leggendo accuratamente le caratteristiche di terreni e microclimi, cambiando cloni e portainnesti, infittendo i sesti di impianto, riducendo drasticamente le rese, talvolta persino recuperando sistemi di coltivazione antichi ed efficienti, ma avari e per questo da tempo abbandonati a favore di metodi più votati alla quantità.

Le arene di queste aspre battaglie erano spesso i famigerati Forum, ben presenti sul web, qualcuno più noto e frequentato di altri. Devo confessare che anch’io partecipavo a talune discussioni, in verità cercando di pormi sempre in modo moderato, convinto che la qualità del vino stesse nel mezzo. Talvolta, però, di fronte a palesi castronerie o ad affermazioni assurde, era difficile non farsi trascinare dalla verve polemica.
Il bello di questi spazi di confronto, per altro, era la loro “porosità”; i discorsi non restavano, infatti, confinati al calice, ma sovente invadevano altri campi, politici in primis.
Fu in questo clima e contesto che, intorno al 2007 o 2008, conobbi un personaggio del tutto originale e stravagante, Luciano Lombardi, noto ai più come vignadelmar, dal nome dell’osteria che all’epoca gestiva in quel di Monopoli. Con lui ci scornammo a più non posso, ma paradossalmente parlavamo poco di vino e moltissimo di politica. Dopo mesi di battaglie ben oltre la contumelia, forse anche un poco presi dalla noia di battibecchi piuttosto sterili e non costruttivi, a poco a poco iniziammo a concentrarci finalmente sui vini bevuti, scambiandoci impressioni, storie, valutazioni. Dapprima con un filo di sospetto, poi con confidenza sempre maggiore, ci accorgemmo che, almeno sul vino, le nostre posizioni non erano troppo distanti; anzi, quasi sempre coincidevano. Fu una piccola epifania: le ideologie pesano, ma contano di più i fatti intimi e quotidiani della vita, i valori che si possono condividere e che ci fanno comprendere come, absburgici o bolscevichi, alla fin fine stiamo tutti sulla stessa sgangherata barca.
Da quel paradosso nacque, insomma, una bella amicizia, fatta di confronti “social”, di qualche stimolante incontro vis-à-vis e di stuzzicanti scambi enoici. Il più emblematico della nostra onnivora e trasversale curiosità fu, forse, il baratto tra una mia magnum di Boca 2006 di Le Piane e una sua magnum di Kurni 2004 di Oasi degli Angeli. Due vini agli antipodi per origine, vitigni e filosofia, ma entrambi autentiche icone nel loro contesto, il primo impegnato a rivalorizzare una zona di produzione antica e a lungo in forte disarmo, il secondo simbolo di un’idea di vitivinicoltura visionaria, innovativa e per molti aspetti unica.
E proprio sul Kurni mi voglio ora concentrare. Dopo un excursus fin troppo ampio su quel che facevo e su chi incontravo nella mia gioventù (o forse sarebbe meglio dire nella mia “prima maturità”), ci riallacciamo, in qualche modo, alle riflessioni da cui siamo partiti, perché in quegli anni il Kurni creava divisioni e da molti veniva letto proprio come un vino “da concorso” per eccellenza.
Ero convinto – e lo sono oggi ancor di più– che tale definizione fosse una colossale baggianata. Pochi vini, infatti, sono liberi e fuori dagli schemi come il Kurni, frutto di una filosofia produttiva profonda, lontana da concessioni a mode o fanatismi, bensì aperta ad ogni influenza, antica o moderna, purché funzionale all’obiettivo ultimo: l’assoluta eccellenza radicata nel territorio.
Sul Kurni giravano racconti che sfioravano la leggenda. Si sapeva trattarsi di un vino prodotto nelle Marche, a Cupra Marittima, da sole uve montepulciano. Riguardo al vigneto, si favoleggiava di densità incredibili e di rese per ceppo quasi mitologiche (200 grammi?!?!); quanto alla cantina, circolavano voci venate di suggestioni alchemiche, che dicevano di macerazioni spontanee lunghissime con “200%” di barrique nuove per l’affinamento.


Il fatto è che le favole non erano poi così leggendarie, né i miti troppo lontani dalla realtà.
Kurni, prodotto per la prima volta nella calda annata 1997, è un vino che vuole esprimere tutta la consistenza, la forza, il calore, la “fisicità” del suo luogo d’origine. Montepulciano in purezza, lo si è già detto, è ottenuto con le uve di diversi vigneti esposti a sud ad altitudini comprese tra 150 e 400 metri s.l.m. I terreni sono vari, sciolti, ciottolosi, sabbiosi, limosi, con presenza di gesso e su di essi non si usano concimi chimici. Le viti vi sono allevate a cordone speronato e alberello, senza uso di pesticidi né diserbanti. Le densità variano dai 7.000 ceppi/ha dei vecchi impianti, dove sono conservate viti di oltre 70 anni, per passare in quelli più recenti a fittezze di 13.000, 15.000, 22.000, fino agli inimmaginabili 40.000 ceppi/ha, con rese contenute a soli 15 q/ha. In cantina il mosto fermenta per 15-20 giorni senza controllo della temperatura, 60% in tini troncoconici e 40% in acciaio inox, mentre la macerazione dura 20-25 giorni. La malolattica si svolge naturalmente in legno, l’affinamento si protrae per 20 mesi in barrique “200%” nuove e il vino viene, quindi, imbottigliato senza alcuna chiarifica o filtrazione. Come si può intuire, non è vino modernista né tradizionalista; è un fenomeno a sé, che riunisce modernità e tradizione, tecnica e spontaneità, metodo e visione.
Lo so: quello che più vi incuriosisce è il “200%” di barrique nuove. Cosa significa? Semplicemente che Kurni viene elevato per un primo periodo in barrique nuove al 100%, per poi venire travasato e terminare l’affinamento in altre barrique nuove al 100%: 100 + 100 = 200!
“Vino da concorso!” – lo chiamavano in tanti. “Destinato a cedere presto, adagiato su un vaporoso cuscino di zucchero e dolcezza!” – sentenziavano in molti. Il Kurni, impavido e incurante, ha proseguito per la sua strada e la risposta più schietta ai dubbi dei detrattori è arrivata direttamente da quella famosa magnum del 2004 giunta dalla cantina di Luciano/vignadelmar. L’ho stappata pochi giorni fa in occasione di una cena conviviale con gli amici più cari, tutti sbalorditi fin dalla prima snasata. Nemmeno una sfumatura granata, bensì una veste fitta e impenetrabile, quasi più nera che purpurea o violacea. Il naso colpisce subito per l’eccezionale intensità e avvolgenza di prugna, ciliegia e amarena, un gran cesto di frutti rossi ricchi e maturi contornati da spezie sottili e da un tocco balsamico netto ed elegante, mentolato e resinoso; resina, sì: forse io sono un po’ ossessionato da questo descrittore, ma è cedro del Libano, senza dubbio alcuno! Sul palato è dolcissimo, estremamente concentrato, persino masticabile, di impressionante struttura e volume, con ricordi di confettura, gelatine di frutta, infittiti da una tannicità al limite dell’ossimoro nella sua setosa forza e robustezza; parte caldo e zuccherino, si tuffa nei piccoli frutti, si impolvera di spezie ora accomodanti ora vivacissime, si innalza sulla trama densa dei tannini e poi si allunga in una persistenza infinita avvolta da un’aromatica nuvola di tabacco, mentre l’acidità pulita, precisa e coerente rinfresca il palato e mantiene vibrante il sorso.


Un mondo vivo e raffinato di profumi, aromi e sensazioni che non si è certo svelato nel breve lasso di un istante, ma si è declinato lentamente continuando a cambiare, prendendosi il tempo necessario ad evolvere placidamente nei calici per tutte le lunghe ore in cui siamo rimasti seduti intorno al tavolo. L’unico rimpianto è di averlo stappato troppo presto: considerata la straordinaria complessità di un vino apparso di una giovinezza ancora così tonica, non oso immaginare quali meraviglie ci avrebbe riservato tra 10 o 15 anni.
Il valore del Kurni non lo scopro certo io, ma non posso, in conclusione, che ringraziare e fare i miei più sinceri complimenti a Eleonora Rossi e Marco Casolanetti, vignaioli di Cupra Marittima, dalla cui passione è nato un vino che, in tutta onestà e dopo quasi trent’anni dalla prima uscita, non può che essere considerato uno dei capolavori e dei punti fermi della viticultura e dell’enologia del nostro Paese.
Ringrazio anche l’amico oste Luciano/vignadelmar, grande estimatore e sostenitore del Kurni fin dal suo esordio, le cui idee politiche continuo a ritenere discutibili ma che, quanto al vino, qualcosa indubbiamente ne capisce.

MARCO MAGNOLI
Di formazione classica e umanistica, da sempre cultore di letteratura, storia e filosofia, ha coniugato questi interessi con la passione per i vini di qualità trovando un riferimento ideale nella figura di Luigi Veronelli, incontrato nel 2001, che lo ha incoraggiato e introdotto alla critica enoica. Già firma della rivista E.V., dal 2003 collabora con il Seminario Permanente Luigi Veronelli, per il quale si è occupato di diversi progetti editoriali. Dal 2017 è tra i curatori della Guida Oro I Vini di Veronelli.