Giuseppe Bologna racconta le origini e l’evoluzione di Braida
di Chiara De Carli

Luigi “Gino” Veronelli entra nei ricordi della famiglia Braida come una figura ispiratrice. «Ero solamente un bambino, ma vedevo che mio padre si confrontava con lui con una curiosità instancabile. Non aveva una formazione tecnologica: cercava sempre nuovi stimoli, informazioni, scambio di idee. Veronelli, con la sua cultura immensa sul vino nazionale e internazionale, era il compagno perfetto. Insieme seguirono corsi a Bonn e partirono per il Nuovo Mondo, in un’epoca in cui il Piemonte vitivinicolo era ancora ancorato a una tradizione ferrea, orientata più alla quantità che alla qualità, anche per varietà nobili come la barbera, il dolcetto e il nebbiolo».
Ci troviamo a Rocchetta Tanaro, nella cantina di Braida.
Sulla parete la celebre frase: “Costruitevi una cantina ampia, spaziosa, ben aerata e rallegratela di tante belle bottiglie, queste ritte, quelle coricate, da considerare con occhio amico nelle sere di Primavera, Estate, Autunno e Inverno sogghignando al pensiero di quell’uomo senza canti e senza suoni, senza donne e senza vino, che dovrebbe vivere una decina d’anni più di voi”.
A raccontarci del vivo ricordo di Veronelli è Giuseppe, figlio di Giacomo Bologna, grande vignaiolo veronelliano, noto per aver trasformato la Barbera d’Asti in un’eccellenza enologica di rilievo internazionale.
«La vera svolta – prosegue – arrivò poi tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, in un viaggio in California». È qui che per la prima volta Giacomo assaggiò una barbera affinata in barrique. «Rimase sconvolto: chiamò mia madre e le disse: “Anna, o cambiamo mestiere o ci diamo una mossa”».
Tornò a casa con un progetto chiaro: «Poche barrique, microvinificazioni sperimentali, mettendo in conto anche errori costosi, ma formativi». Il risultato arrivò nel 1982 con il Bricco dell’Uccellone, una barbera che ruppe gli schemi, trasformandosi da vino popolare in damigiana a bottiglia di pregio, riconosciuta a livello internazionale.

L’azienda iniziò quindi a crescere, portando con sé un’idea di qualità che era nuova per il territorio.
«All’epoca eravamo dei pionieri. Oggi sembra normale parlare di rese contenute, selezione in vigna e affinamento in legno, ma allora era una rivoluzione».
Negli anni, la filosofia si è adattata al contesto: «Il mondo è cambiato. Il clima, i consumi, persino la cucina: oggi puoi trovare sushi in collina e capriolo al mare. Le certezze sono poche, le incognite tante. Ma noi restiamo fedeli al nostro Dna: non seguiamo le mode, vogliamo che i nostri vini parlino di noi».
Tra le ultime creazioni c’è il Curèi, nato dai vigneti intorno a un agriturismo ristrutturato dalla sorella Raffaella. «È una Barbera affinata quattro mesi in botte grande: il passaggio in legno serve solo a dare equilibrio e una leggera struttura tannica, senza snaturare il frutto».
Il cambiamento climatico, come per tutti, ha modificato anche la gestione agronomica: «Un tempo si sfogliava per far entrare la luce; oggi la manteniamo per proteggere i grappoli. La mia preoccupazione maggiore è la mancanza d’acqua: se il 2023 fosse stato più secco, sarebbe stata un’annata difficilissima».
Non manca lo sguardo verso i vitigni autoctoni: nel 2023 l’azienda ha vinificato per la prima volta il timorasso, acquistando uve selezionate. «È un vitigno in grande ripresa, definito da molti il “Barolo bianco”. Presentato solo pochi giorni fa, annata 2023».
Poi c’è il rapporto con il passato, con quelle bottiglie che hanno segnato la storia aziendale. «Sono tutti come figli. Ma il Bricco della Bigotta, che facciamo poche volte, è una sfida tecnica e umana che ogni volta ci mette alla prova».
E proprio come accade in famiglia, ogni vendemmia racconta una storia diversa fatta di sfide, intuizioni, pazienza e orgoglio.
Una storia, questa, che volge già lo sguardo al futuro. In azienda, da qualche tempo, è entrato a far parte anche il figlio di Giuseppe. Si chiama Giacomo, proprio come il nonno. Con sé porta nuove energie, visioni, la voglia di continuare a scrivere il prossimo capitolo di una tradizione che unisce radici profonde e sguardo aperto sul mondo, custodendo il passato e innovando il presente.

Last. Nel nostro viaggio a Rocchetta Tanaro ho avuto l’onore di assaggiare anche i piatti della trattoria I Bologna. Ancora oggi gestita da Carlo Bologna (fratello di Giacomo) insieme alla moglie Mariuccia, affiancati in sala da Cristina e in cucina dal figlio Giuseppe. Nello scatto, immortalati giusto fuori dal locale, ritroviamo da sinistra: Carlo Bologna, Giuseppe Bologna, Giuseppe Bologna, Giacomo Bologna (figlio di Giuseppe, da poco entrato in azienda) e Cristina”.

Chiara De Carli
Nata e cresciuta a ridosso del confine italo svizzero, nel 2018 si è laureata in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dopo aver svolto parte del suo percorso a Bilbao, dove ha frequentato il corso di studi in giornalismo all’Universitad del Pais Vasco. Nel 2021 diventa sommelier AIS e nel 2022 consegue il Master in Comunicazione del settore enologico e del territorio all’Università Cattolica di Brescia.
Appassionata di ambiente e di impegno civile, negli anni ha svolto attività di volontariato con i malati dell’Unitalsi, con l’associazione di primo soccorso PA SOS Olgiate Comasco e con Legambiente. La sua passione sono i viaggi, i trekking e lo Champagne. Attualmente vive in Svizzera. Giornalista di Ticinonline/20 Minuti, segue tematiche inerenti alla cronaca locale, senza tralasciare notizie appartenenti al mondo del vino. Da alcuni anni collabora con la Redazione del Seminario Veronelli.