Terlano, una verità svelata dal tempo

in L'Approfondimento • 10 Febbraio 2017 • di

Accompagnare chi muove i suoi primi passi nel mondo del vino è un compito emozionante e carico di responsabilità. Degustazione dopo degustazione, nelle “mappe mentali” del neo-assaggiatore, tra una grande città, un’autostrada e un fiume, fanno la loro comparsa i territori rurali, i piccoli comuni, le denominazioni e le vigne, marcando riferimenti precisi in quello che poco prima era un anonimo spazio bianco. È un passaggio delicato: popolare un’area geografica vergine, portando all’attenzione del neofita un’azienda, una storia, un vino, non è un’operazione neutra. Corrisponde alla definizione di un paradigma qualitativo, è una selezione che privilegia qualcosa, lasciando il resto alla scoperta individuale. Il rischio di compiere scelte sbagliate, d’indicare modelli che in futuro gli stessi allievi potrebbero giudicare inconsistenti o parziali è il prezzo della loro emancipazione dal “panico da carta dei vini” o “da scaffale”. Ma se la verità è ciò che il tempo rivela e conferma, la recente presentazione di un nuovo, eccellente vino di Cantina Terlano mi permette di continuare serenamente ad appuntare questa azienda sul quaderno di viaggio degli enofili in erba.

Risalendo il corso dell’Adige, piegando ad ovest alle porte di Bolzano e imboccando il tratto di valle che conduce a Merano, troviamo Terlano-Terlan sulla destra, sorvegliato dalle rovine di Castel Neuhaus, alte su uno sperone roccioso. Un piccolo centro abitato che s’intuisce a distanza dallo svettare del suo campanile.

Per secoli Terlano ha fondato il proprio benessere sull’estrazione della galena, minerale da cui si ricava l’argento, ma già dal 1893 i Terlaner (Terlanesi, in italiano) hanno escogitato un modo migliore per utilizzare i loro suoli: riunirsi in cooperativa e vinificare uve che traggono la loro unicità proprio dalla particolare matrice geologica. Oggi, dopo oltre 120 anni di storia e di lavoro, Kellerei Terlan è annoverata di diritto tra i migliori produttori d’Italia e del mondo, celebre in particolare per i suoi grandi vini bianchi. Terlaner è divenuto, infatti, non soltanto il nome di una sottozona della denominazione Alto Adige-Südtirol ma anche – se riportato in etichetta senza indicazione del vitigno – sinonimo di bianco ottenuto per assemblaggio di vini di pregio, nati dai vigneti nelle vicinanze di quel campanile.

A rendere unici i vini prodotti nell’areale di Terlano sono, appunto, le rocce porfiriche di origine vulcanica che costituiscono il pendio scosceso in cui affondano le loro radici le viti, perfettamente curate: ancorate alle pietre e alle sabbie ricche di quarzi del conoide detritico, varietà come il pinot bianco, lo chardonnay e il sauvignon blanc danno uve di qualità non comune. L’ampia superficie vitata che digrada dalle pendici del Monzoccolo (Tschögglberg) verso l’Adige è protetta dalle correnti fredde di origine settentrionale ed esposta a sud e a sud ovest, consentendo una piena maturazione anche a quote elevate.

Le variabili ambientali e biologiche, tuttavia, motivano solo in parte l’eccellenza dei vini bianchi prodotti da Cantina Terlano: fattore decisivo è l’elevata competenza dei viticoltori e del personale di cantina. Ciascuno dei 143 soci conferitori segue i vigneti di proprietà con il proverbiale rigore sudtirolese ma anche con il supporto agronomico dei tecnici della cooperativa, attivi su una superficie vitata totale di appena 165 ettari, poco più d’un ettaro a socio. Da decenni, infatti, sul privilegio accordato dal terreno e dal clima Cantina Terlano ha innestato una quotidiana tensione alla qualità ad ogni livello del processo produttivo.

I risultati sono tali da meritare, lunedì 30 gennaio 2017, il palcoscenico di un tempio del vino quale l’Enoteca Pinchiorri di Firenze, ristorante tristellato, associato storico del Seminario Veronelli, dotato d’una delle più straordinarie cantine al mondo. Desiderate (e potete permettervi) uno Châteatu Lafite-Rothschild 1928? Un Petrus 1943? Un Cros Parantoux di Henri Jayer? Uno degli ultimi esemplari del Vino Diverso della Sassicaia del Marchese Mario Incisa della Rocchetta? Ci sono.

«L’orientamento della cooperativa verso produzioni d’eccellenza è avvenuto in modo molto naturale» ha spiegato nell’occasione Klaus Gasser, direttore vendite e marketing di Cantina Terlano. «Già nel secondo dopoguerra, infatti, le rese dei vigneti e la gradazione alcolica dei vini prodotti erano sensibilmente diverse da quelle dei comuni circostanti: la povertà dei suoli limitava naturalmente le produzioni per ceppo, mentre l’esposizione privilegiata dei vigneti permetteva di raggiungere un’elevata concentrazione zuccherina alla raccolta». Tuttavia, scelte quali il precoce inserimento di varietà francesi, l’inversione di marcia che ha portato Terlano – allineata in questo a gran parte della Provincia – a ribaltare il rapporto quantitativo tra uve a bacca rossa e uve a bacca bianca, nonché l’attaccamento negli anni ‘80 e ‘90 a uno stile che la nuova critica enologica considerava antiquato sono evidentemente frutto dell’intelligenza, della lungimiranza e della caparbietà di soci, tecnici e dirigenti. «In effetti» prosegue Gasser «i vini di Terlano sul finire del Novecento non erano certo indicati a modello: altri, d’impostazione più innovativa, riscuotevano maggiori consensi. Allora all’utilizzo massiccio da parte dei produttori di legni piccoli, con nuovi protocolli di vinificazione e affinamento, corrispondeva tra i consumatori una profonda trasformazione dell’idea di qualità, un mutamento del gusto che anche noi abbiamo cercato di cogliere con alcune referenze, ad esempio il Terlaner Nova Domus». Cuore e stile di Cantina Terlano, però, erano ben saldi altrove, sopravvivendo sino alla loro travolgente riscoperta nei primi anni Duemila. La pazienza, del resto, non manca da quelle parti.

Era il 1955 quando il giovane Sebastian Stocker prendeva servizio a Cantina Terlano come kellermeister, rinnovando profondamente le pratiche enologiche e mettendo a punto, vendemmia dopo vendemmia, il metodo che oggi porta il suo nome. L’ambizione del giovane cantiniere era creare vini bianchi capaci di una lunga evoluzione, assecondando quanto assaggi casuali di vecchi campioni sembravano suggerire. Da allora Stocker ha accumulato, all’insaputa dei dirigenti della cooperativa, 500 bottiglie per ciascuna annata, ponendo le basi della riserva di circa 100.000 bottiglie identificata oggi con il nome di Archivio enologico. Questa ricerca dell’immortalità fatta a vino lo ha portato, in seguito, a concentrarsi sulle tecniche d’affinamento: i vini della linea Rarità – una selezione di etichette ai confini dell’enologicamente possibile – nascono, infatti, dall’affinamento di un anno in botti di rovere, a contatto con la totalità dei loro lieviti, quindi dalla lenta maturazione in serbatoi d’acciaio da 25 ettolitri sulle sole fecce fini. Per quanto tempo? Dai 10 ai 30 anni e oltre, secondo il giudizio dell’enologo.

L’ultimo frutto di questa “sfida al tempo che fugge” è il Terlaner 1991 Rarity, imbottigliato nel gennaio 2016 e presentato alla stampa presso il Relais Santa Croce di Firenze, ai piani superiori del palazzo settecentesco che ospita l’Enoteca Pinchiorri. Fu proprio Sebastian Stocker, poco prima di ritirarsi, a vinificare l’annata 1991, messa in bottiglia venticinque anni più tardi da Rudi Kofler, dal 2002 enologo della Cantina. A degustarlo si è arrivati per gradi, passando prima per le tre annate del Terlaner I Grande Cuvée«Si tratta di un progetto nato nel 2005-2006 dal desiderio di realizzare un vino che incarnasse appieno la filosofia di Terlano e la esprimesse al più alto livello. La prima annata, 2011, uscì dopo tre anni di analisi e microvinificazioni volte a individuare le nostre migliori parcelle» spiega Kofler. Obiettivo che può considerarsi raggiunto, se il Terlaner I Grande Cuvée 2012 è stato premiato come miglior vino bianco d’Italia dalla Guida Oro I Vini di Veronelli 2016.

Ed eccolo, il protagonista della serata, il Terlaner 1991 Rarity. Nonostante i dieci anni in più sulle spalle, alla vista risulta vivo e lucente quanto i campioni che l’hanno preceduto, forse appena più freddo nella tinta, come l’espressione seria di chi si accinge a pronunciare un discorso a lungo meditato. Parole di spezie piccanti, di note agrumate, tra i fiori d’arancio e il lime, con fini inflessioni vegetali, interpunzioni marine e accenti affumicati. In bocca emoziona la freschezza densa e succosa, l’acidità “solida” dei vini predisposti a una vita secolare e un lungo finale sapido. Impossibile, assaggiandolo, non pensare alle viti distanti quattrocento chilometri da Via Ghibellina e alle loro radici protese tra i ciottoli di porfido quarzifero. Un eloquio che restituisce suggestioni rocciose e che, coerente, sembra legare la sua evoluzione a un tempo più simile alle ere geologiche che alle stagioni dell’uomo. Un’esagerazione? Sì, senz’altro, e sarei ancora più esagerato raccontando del Pinot Bianco 1959 servito a cena, a conclusione d’una verticale mozzafiato. Ma lanci la prima pietra e avanzi il suo richiamo alla freddezza soltanto chi, in pieno inverno, non si emoziona aprendo un barattolo di salsa di pomodoro dell’estate prima. Magia del tempo che passa.

A rendere ancora più significativi l’inarrivabile vitalità delle riserve risvegliate dall’Archivio enologico, la qualità elevatissima dei vini di punta – prodotti in numero di bottiglie limitato, messi in commercio con prezzo a tre cifre – e l’ottimo livello delle linee Tradition e Selection di Cantina Terlano è il modello produttivo dal quale nascono questi vini: un progetto collettivo trasmesso di generazione in generazione, capace d’unire in un’organizzazione efficace persone e competenze diverse, di tener fede a uno stile riconoscibile e, soprattutto, di garantire reddito alla viticoltura familiare montana e alla comunità dei soci conferitori.

«La vera qualità si vede sulla lunga distanza: al più tardi dopo dieci anni d’invecchiamento il prodotto esclusivo emerge dalla massa» ripete spesso Rudi Kofler. Il tempo, dunque, pare aver confermato anche questa piccola verità: Terlano, il suo campanile, la sua cantina, i suoi vigneti – su tutti il Vorberg, non solo per ragioni di quota – e Castel Neuhaus meritano davvero d’essere appuntati sulle mappe degli enofili d’ogni angolo del mondo, neofiti o esperti che siano.

Andrea Bonini

 

Cantina Terlano
Via Silberleiten, 7
Terlano – Terlan (Bolzano)
Tel. 0471 257135 – Fax 0471 256224
www.cantina-terlano.com

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