“Su inu chi cheret chistionadu”

in L'Assaggio • 21 Maggio 2014 • di

DIGITAL CAMERAQualche anno fa, in un volumetto edito in collaborazione con l’Associazione Città del Vino, scrivevamo: “Degustando [i vini da meditazione] ci spingiamo in qualche modo fino alle radici stesse della vitivinicoltura […] Tutti questi vini recano ben impresso nel loro carattere un ricco e prezioso patrimonio di cultura, tradizioni, costumi e tecniche caratteristiche dei luoghi e dei contesti sociali di origine”.
Spesso rarissimi, purtroppo i vini da meditazione paiono oggi incontrare sempre meno il gusto dei consumatori, una disaffezione che tocca il suo apice con i vini ossidativi, ovvero – giusto per darne una definizione molto generale – quei vini prodotti con vinificazioni o affinamenti condotti a contatto con l’ossigeno all’interno di contenitori scolmi. Da questa pratica antichissima nascono autentici tesori, forse impegnativi da approcciare, ma capaci di donare profumi ed aromi del tutto unici, preziosi ed esclusivi. Andiamo a scovare una di queste perle tra le tradizioni vitivinicole della Sardegna, in particolare della Planargia, piccola regione in provincia di Oristano, dove si produce la leggendaria Malvasia di Bosa.
Di primo acchito il vitigno malvasia non sembra così raro, essendo apparentemente diffuso in numerose aree viticole italiane. In realtà risulta difficile districarsi nel labirintico universo dei differentissimi vitigni che portano questo nome – bianchi e rossi, aromatici e neutri – forse così battezzati in tempi storici per via del famoso vino greco liquoroso, molto aromatico e pregiato, importato dai Veneziani fin dal XIII secolo attraverso la città portuale peloponnesiaca di Monemvasia e divenuto tra Cinquecento e Settecento il più richiesto in Europa, un successo che avrebbe spinto a cercare localmente i vitigni più adatti ad imitarne le caratteristiche.
Per quanto riguarda la bianca malvasia coltivata nella Planargia, con la sua aromaticità non troppo spiccata ma ben avvertibile, qualcuno ha ipotizzato che possa essere giunta in Sardegna, probabilmente dall’area orientale del Mediterraneo, già durante il dominio bizantino dell’isola, ossia tra il VI ed il IX secolo d.C. Ormai certa è, invece, la sua consanguineità con la siciliana malvasia delle Lipari e con il calabrese greco di Bianco, oltre che con alcune varietà diffuse sulla costa dalmata.
Nell’area di Bosa, la Malvasia è da sempre reputata un vino aristocratico, da consumare solo in circostanze speciali o da offrire agli ospiti più illustri e più cari. Tale grande considerazione l’ha resa qualcosa di più di un semplice vino, elevandola a simbolo di ospitalità, accoglienza, rispetto e facendole così assumere una valenza persino sociale ed identitaria.
Dal punto di vista enologico, la Malvasia di Bosa vanta qualche affinità con il prestigioso vino di Jerez dal momento che, durante la fase di affinamento, nelle botti scolme e a contatto con l’ossigeno si sviluppa un singolare fenomeno dovuto ai lieviti “filmogeni” o lieviti “flor” che, al termine della fermentazione alcolica, anziché morire e depositarsi sul fondo dei tini, si adattano al nuovo ambiente, si portano sulla superficie del vino e dall’usuale metabolismo fermentativo passano ad un metabolismo ossidativo, formando un velo e dando vita ad inconsueti e singolarissimi aromi.
Il clima ed il territorio rendono, poi, peculiari ed irripetibili le caratteristiche di questo favoloso vino, che trova origine in vigneti distribuiti su pochi ettari tra i comuni di Bosa, Suni, Tinnura, Flussio, Magomadas, Tresnuraghes e Modolo, lungo le valli o sui pendii collinari ad altitudini comprese prevalentemente tra i 70 ed i 170 metri s.l.m. I vigneti collinari in particolare, dai terreni di poco spessore e talvolta ciottolosi, derivati da matrici calcaree e di colore biancastro, sono generalmente quelli che garantiscono maggior finezza ed equilibrio aromatico alle uve.
Per raccogliere in una sintesi perfetta tutti gli elementi fin qui discussi – ampelografici, pedoclimatici e culturali – abbiamo pensato di assaggiare una delle Malvasia di Bosa più interessanti, prodotta dalla cantina Giovanni Battista Columbu, stappando una bottiglia dell’annata 2006.
Nel calice ci siamo ritrovati un’incantevole gemma ambrata, che diffondeva in mille sfumature l’anima della sua terra: il sole, il calore, la maturità; la macchia e le erbe aromatiche; un pizzico di mirto e le profonde radici di un antico passato e dei suoi evoluti richiami; le spezie, i fiori ed i vegetali essiccati, il dattero ed il tocco ammandorlato; la freschezza soffiata dai venti, l’aguzzo e iodato solletichio del mare con la sua sapida spuma. Secco, asciutto e severo, ci ha regalato sensazioni incredibilmente carezzevoli e di confortante rotondità.
Al di là della retorica e dei vezzi poetici, però, questo vino fitto, complesso e per certi versi ostico davvero “cheret chistionadu”, ‘chiede di essere discusso’, come affermano orgogliosi in Planargia. Dopo averne discusso, però, non dimentichiamoci di meditare su quali intense e sublimi emozioni stiamo rischiando vadano perdute.

Marco Magnoli

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