Speciale Sole 2017: Guggol Solaris 2015

in L'Assaggio • 20 Dicembre 2016 • di

Quando, intorno alla metà dell’Ottocento, i vitigni di origine americana fecero la loro comparsa nei nostri vigneti, portarono con sé alcune sgradevoli sorprese: l’oidio, la fillossera e la peronospora. Dietro ai nomi un poco esotici si celano, in realtà, tre fra i più devastanti patogeni con cui i vitigni europei si sono dovuti confrontare, flagelli di fronte ai quali erano del tutto privi di difese e che, perciò, hanno messo seriamente a repentaglio la sopravvivenza stessa della viticoltura nel Vecchio Continente.
Nella sua Storia del vino. Geografie, culture e miti (Donzelli Editore, 1993), Tim Unwin spiega come il primo contagio, quello dell’oidio, sia probabilmente giunto “dall’altra parte dell’Atlantico” insieme a “qualche pianta di vite ornamentale”, mentre fillossera e peronospora sarebbero state una conseguenza dell’introduzione a fini produttivi di varietà americane, impiantate piuttosto diffusamente in seguito al manifestarsi dell’oidio in quanto resistenti alla malattia. Dopo un paio di decenni di ricerche, tentativi, speranze e fallimenti, le soluzioni per debellare queste tremende sciagure piombate dalle Americhe furono alla fine trovate. Oidio e peronospora – come ben noto – sono stati, se non completamente sconfitti, quantomeno tenuti sotto controllo con l’impiego di zolfo e rame, mentre il problema della fillossera venne scongiurato innestando marze di viti europee su radici americane, immuni dagli attacchi del parassita.

kollerhofI colpevoli, dunque, si sono infine in qualche modo redenti. Non solo le specie americane (vitis rupestris, riparia, berlandieri, ecc.) hanno fornito i portainnesti necessari a preservare la nostra vitis vinifera dagli assalti fillosserici, ma nell’ultimo scorcio dell’Ottocento qualcuno cominciò a pensare che persino oidio e peronospora si potessero vincere con l’impiego di vitigni resistenti ottenuti a partire da viti americane e attraverso l’ibridazione con viti europee. In effetti i cosiddetti ibridi di prima (nati da incroci da sole varietà americane) e seconda generazione (nati da incroci tra ibridi di prima generazione e varietà europee) presero presto a diffondersi in Francia e, quindi, negli altri Paesi viticoli europei. Clinton, Isabella, Baco e via di seguito sono nomi ancora ben impressi nella memoria delle nostre campagne. Erano vitigni resistenti alle peggiori patologie, ma afflitti da un difetto non trascurabile: le loro uve davano vini di pessima qualità, con elevati contenuti di alcol metilico (tossico per l’organismo umano), furaneolo (apportatore di marchiani aromi di fragola) e metilantralinato (responsabile di volgari aromi volpini).

La carenza di valide alternative varietali ha, così, spinto la viticoltura europea a continuare a puntare sulla qualità dei propri vitigni storici, proteggendoli tradizionalmente con rame e zolfo, ma ricorrendo in misura crescente – almeno dagli anni Cinquanta del Novecento – a nuovi prodotti di sintesi ad azione di contatto e sistemica; prodotti spesso molto efficaci, segnati però da gravi controindicazioni quali il forte impatto ambientale, la formazione di ceppi patogeni resistenti e, di conseguenza, l’aumento dei costi economici ed ecologici della lotta fitosanitaria, dovuti in particolare alla necessità di utilizzare ritrovati chimici sempre più sofisticati e in dosi sempre maggiori. In definitiva il classico gatto che si morde la coda.

Il mondo dell’agricoltura e della viticoltura, tuttavia, non è rimasto insensibile a tali esiziali derive e da diversi anni ormai si è largamente impegnato nell’adozione di pratiche rispettose dell’ambiente e della salute, ha accolto regimi di coltivazione biologici e biodinamici, così rispondendo anche alle sollecitazioni dei consumatori, oggi particolarmente attenti all’ecosostenibilità.

Nel frattempo le ricerche sul fronte dell’ibridazione non si sono affatto fermate. Dopo gli ibridi di terza generazione (ottenuti dall’incrocio tra ibridi di seconda e varietà di vitis vinifera), che ancora davano risultati enologici insoddisfacenti, siamo ormai giunti alla quarta generazione con la nascita di alcuni interessanti vitigni (citiamo, tra i più diffusi, bronner, cabernet carbon, cabernet cortis, johanniter, helios, prior, regent, solaris) che sono stati iscritti nel Registro Nazionale Italiano delle Varietà di Vite e possono, quindi, essere ufficialmente coltivati nei nostri vigneti (sebbene non siano utilizzabili per produrre vini a D.o.c. e D.o.c.g.).

Ripetendo più volte gli incroci tra ibridi e vitis vinifera, la resistenza alle malattie è rimasta inalterata, mentre gli inconvenienti organolettici sono pressoché scomparsi, tanto più che, come ha dichiarato in un recente convegno Eugenio Sartori, direttore dei Vivai Cooperativi di Rauscedo, “i nuovi vitigni, rispetto agli intraspecifici di precedente costituzione, contengono oltre il 90% del genoma della vitis vinifera rispetto alla presenza di genoma delle vitis portatrici di resistenza”.

.

.

Il valore storico e qualitativo dei vitigni tradizionali è iscritto in modo così profondo nella civiltà viticola e nella cultura europee che metterne in discussione, anche solo marginalmente, l’inviolabilità sarebbe opera degna di un perfetto ottuso. Non possiamo, però, fare a meno di notare come la pratica dell’ibridazione abbia avuto un grande peso nella lunga storia vitivinicola del Vecchio Mondo ben prima dell’Ottocento, tanto che molti dei più osannati vitigni europei sono frutto di antichi incroci operati dall’uomo. Ma anche al di là di questa pacifica evidenza, riteniamo che lo sviluppo e l’introduzione degli ibridi resistenti vadano senz’altro valutati con interesse, poiché il loro impiego in alcuni contesti ed in risposta a specifiche esigenze costituisce certamente una valida opportunità. Oltre all’evidente vantaggio in termini di impatto ambientale rappresentato da vigneti che non necessitano di eccessivi interventi fitosanitari (il che produce anche effetti positivi sull’immagine aziendale agli occhi dei consumatori), non bisogna sottovalutare, per esempio, la diminuzione dei costi di produzione derivante dalla riduzione dei trattamenti, in modo particolare in situazioni di vigneti difficilmente raggiungibili e/o lavorabili.

L’unica seria remora, in verità, era data dal fatto che, nonostante i passi avanti compiuti dalla ricerca, ancora non avevamo assaggiato un vino prodotto dai nuovi ibridi che ci avesse pienamente convinto. Per ottenere risultati di eccellenza occorreva, forse, un periodo di adattamento da parte dei vignaioli, necessario per prendere confidenza, per comprendere al meglio le esigenze colturali, per mettere a punto le pratiche enologiche più indicate.

È stato solo durante le degustazioni per la Guida 2017 che ci siamo, finalmente, imbattuti in un vino di qualità superiore. Ce lo ha proposto l’azienda Kollerhof di Egna, in provincia di Bolzano, che nel 2012 ha realizzato a 1100 metri s.l.m. in comune di Anterivo un vigneto di 2 ettari impiantato con 16000 ceppi di solaris, una varietà nata in Germania nel 1975 da un incrocio di merzling x geisenheim 6493. Il merzling è un ibrido ottenuto dall’incrocio di freiburg 375-52 (a sua volta incrocio di pinot grigio x riesling) e seyval blanc (ibrido da vitis vinifera, rupestris e lincecumii), mentre il geisenheim 6493 è un ibrido ricavato dal ripetuto incrocio di differenti varietà di vitis vinifera con vitis amurensis (una specie di vitis asiatica). Il solaris, vitigno a bacca bianca, ha acino medio-piccolo, tondeggiante, e grappolo medio, leggermente spargolo; presenta ottima resistenza a peronospora, oidio, botrite e si adatta perfettamente ai climi rigidi.

Kollerhof lo ha vinificato in acciaio e, dopo 8 mesi di affinamento sulle fecce fini, ne ha ricavato il Guggol Solaris Vigneti delle Dolomiti 2015, un vino ricco, pieno, di notevole struttura, che richiama ricordi di sambuco e foglia di pomodoro – fugace reminiscenza dell’ancor fresca vinificazione – su una generosa base di matura frutta tropicale e nocciola, avvolta da un elegante vezzo floreale e da un tocco speziato appena accennato, senza rinunciare alla freschezza, alla sapidità e alla fragrante intensità aromatica dei vini d’alta quota. Uno splendido esempio dell’apertura all’innovazione che caratterizza la viticoltura dell’Alto Adige e della sua capacità di volgerla in eccellenza, spesso accordandola ad un contesto di autentica agricoltura contadina. Meritatissimo, pertanto, il Sole veronelliano.

 

Marco Magnoli

sole-2017-kollerhof

Guggol Solaris Vigneti delle Dolomiti 2015
Kollerhof, Egna-Neumarkt (Bolzano)

Scarichi la scheda tecnica del vino (pdf, 1 MB)

Download PDF

Leggi gli articoli de L'Assaggio

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scroll to top