Sapienze, gioie e scoperte 

in *Pastiche • 26 novembre 2014 • di

In viaggio con Veronelli nel mondo del vino

di Paolo Panerai

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foto di Mario Giacomelli

 

Luigi -Gino- ha regalato molto a molti. Io sono uno dei molti, dai tempi di Panorama, quando inventò le mappe del bere e del mangiare bene, fantastica la carta dell’Italia dei formaggi. A me, e alla redazione, regalò non solo una forte crescita delle vendite ma anche le vie della vita materiale, la scoperta (o riscoperta) anche filosofica e religiosa (lui che era ateo) del pane e del vino. Così quando gli combinai, dopo la sua uscita dall’Espresso, una rubrica con TV Sorrisi e Canzoni, che allora vendeva quasi 2 milioni di copie, gli suggerii di chiamarla Pane & Vino. Inevitabilmente fu un successo.

Ma Gino mi ha regalato molte altre sapienze, gioie e scoperte. Ne citerò solo due perché la raccomandazione del Seminario Veronelli è di non fare una ricostruzione della vita di Veronelli, ma di partire da lui per andare sempre più avanti nella “scoperta della vita”. La prima è legata al vino, al vino bandiera che produciamo a Castellare. Eravamo nella vigna che i contadini chiamavano Sodi, perché il terreno era il più duro quindi il più adatto alle viti che devono essere sempre fra la vita e la morte per dare tutto al grappolo; davanti avevamo la vigna di S. Niccolò a Sterzi, in passato la Chiesa di quel contado. Da una parte solo Sangioveto (prego, non Sangiovese, che esiste in tutto l’ex-Stato papalino e ha la minore espressione qualitativa in Romagna), dall’altra anche un 30% di Malvasia nera. Con Maurizio Castelli avevamo deciso di fare un vino con questo uvaggio, ma non avevamo deciso il nome. Luigi fu categorico: devi chiamarlo I Sodi di S.Niccolò, ma con l’articolo determinativo. Ecco, Veronelli non amava gli articoli indeterminativi. Con quella i maiuscola, I Sodi di S.Niccolò è diventato quello che è, I Sodi, non un sodi. L’Etichetta e non Etichetta quando fondammo insieme un mensile di alta qualità. Perché ogni assaggio, ogni libro, ogni articolo giornalistico, per lui era e per noi è una relazione, una scoperta e una definizione unica. Un punto fermo nella vastità del mondo, in cui l’articolo definisce, circoscrive, specifica. E’ la ragione per cui Gino non faceva mai degustazioni bendate. Perché voleva vedere in faccia, attraverso l’etichetta, il vino che assaggiava. Quante volte ha discusso con i degustatori della guida che ancora porta il suo nome perché non era d’accordo su alcuni voti? Non a caso si era inventato il simbolo del cuore per dare la sua valutazione massima ai vini che amava.

La seconda è più spirituale e materiale allo stesso tempo: la scoperta, per suo tramite, nel 1980, di Padre Ligio, a Cetona, che è come dire scoprire San Francesco e il diavolo, non solo quello in corpo ai ragazzi della comunità  prima di entrare e ancora per tre o quattro anni, ma anche quello, tutto speciale del Frate, come amava chiamarlo Veronelli e come amo chiamarlo anch’io. Cetona era un cantiere: il primo convento di San Francesco, dove Francesco aveva abbandonato definitivamente l’agiatezza e la ricchezza della vita materiale che non valeva vivere come l’aveva vissuta lui, era abbandonato da secoli e il Frate se lo era preso sulle spalle, per salvare il convento e i suoi ragazzi. Si, perché quando siamo stati lì con Gino erano i ragazzi, come lo sono ora per la cura continua in ciò che fanno, che si ammazzavano di fatica nel ricostruirlo. E Gino diceva: vedi il Frate li sfianca di lavoro così non hanno tempo di pensare. Vero, verissimo. Ma poi andammo nell’orto, sì nell’orto e lì scoprimmo come il Frate faceva tornare i ragazzi alla vita: ognuno aveva un annaffiatoio, quattro piante di melanzane, tre di peperoni, cinque di pomodori e ogni giorno doveva andare lì a bagnarli, vedendoli così crescere, come segno ineguagliabile della vita. Quella degli annaffiatoi era l’unica acqua che per Gino era utile, utile a far nascere dalla terra il pane e il vino. Il pane, il vino e l’acqua. Chi è stato al suo funerale non può aver dimenticato le parole del Frate, mentre la banda e le bandiere anarchiche suonavano e sventolavano.

Ma Gino la vita materiale l’aveva scoperta anche sulla sua pelle. Quando fattosi editore, lasciando la ricchezza della produzione chimica al fratello, ebbe la prova che la pratica del rogo, dopo il Savonarola, non era finita. Sempre per andare e far andare alla scoperta della vita aveva pubblicato il Marchese de Sade, che nella Ventitreesima lettera scriveva: “Sfortunatamente devo descrivere due libertini; aspettati perciò particolari osceni, e scusami se non li taccio. Ignoro l’arte di dipingere senza colori; quando il vizio si trova alla portata del mio pennello, lo traccio con tutte le sue tinte, tanto meglio se rivoltanti; offrire un tratto gentile è farlo amare, e tale proposito è lontano dalla mia mente” e cammina cammina. Il libro di Veronelli Editore fu condannato dalla censura ancora viva a essere distrutto. Come? Appunto con il rogo nella pubblica piazza di Varese. Così Gino conquistò anche il primato di essere l’unico editore contemporaneo a subire l’onta-orgoglio del rogo.

Come si vede fra pane e vino, fra San Francesco e il diavolo, fra l’essere editore solo di filosofia e   invece anche di libri libertini, si ha la possibilità di capire cosa voleva dire per Gino fare assaggi.

La strada l’ha spalancata lui: molti vi sono entrati prendendo rapidamente scorciatoie e deviazioni intollerabili. Purtroppo anche da parte di alcuni che gli hanno vissuto accanto. Che non hanno compreso cosa c’era di mirabile, per esempio, nell’epistolario con un altro Marchese che a Gino piaceva moltissimo, il Marchese Mario Incisa della Rocchetta, allevatore di campioni come Ribot e Molvedo, trapiantato dal Piemonte a Bolgheri, inventore di un grande vino. Ma si sbaglia chi pensa che Veronelli lo amasse soprattutto perché il Marchese, stufo di andare a Parigi per vincere l’Arc de Triomphe e bere vino francese, aveva deciso di piantare Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc nelle terre di sua moglie, discendente del Conte Ugolino e quindi anche parente stretta degli Antinori per parte di madre. Con le vigne che guardavano il mare, Incisa della Rocchetta aveva fatto nascere il Sassicaia, ma l’allenatore di Ribot era come Gino: non si accontentava di quanto aveva provocato di rivoluzionario nell’enologia e volle andare ben oltre, rifiutando quel vino mirabile ritagliandosi un pezzo di vigna che seguiva direttamente per fare il Vino diverso della Sassicaia. Una provocazione e un’altra forma di assaggio. Quando mai quella corrispondenza fra Gino e il Marchese Mario Incisa della Rocchetta venisse pubblicata (e mi domando perché mai non sia stata ancora pubblicata: le lettere sono forse andate disperse come altro di Veronelli?) essa sarà uno straordinario stimolo per tutti coloro che si occupano di vino, di enologia, di elevazione costante del vino, di  provare e assaggiare altre sfumature della vita.

Dal Marchese de Sade al Marchese Incisa, ai dialoghetti morali con Giannola Nonino e non solo. Nonino è l’esempio più materiale di qual è la strada segnata da Gino per guadare al futuro. Scoprire come a Percoto, Giannola e Benito avevano reinventato la grappa, rendendola nobile, è stato un messaggio fortissimo di che cosa può fare l’amore per la terra e per quello che dà, anche come avanzo della vinificazione. La battaglia di Gino per il salvataggio dei vitigni autoctoni del Friuli, e non solo di quelli, è un altro messaggio straordinario, che purtroppo rischia di spegnersi con la polarizzazione di molti produttori sui vitigni francesi-internazionali. Nessuno come Gino aveva intuito la ricchezza dell’Italia, erede di Enotria, cioè di una storia enologica che fece portare la vite nell’attuale Francia, solo quando Giulio Cesare conquistò all’Impero romano la Gallia. Ma poi la Francia ha superato l’Italia. Un dolore per Gino, che da anarchico amava come nessuno l’Italia.

Lo constatai con miei occhi quando, all’inizio degli anni 80, fui invitato a Bordeaux da Edmond de Rothschild, maggiore azionista di Lafite ma senza alcun potere nello Chateau più prestigioso dei Rothschild. Proprio per questo il più ricco dei grandi banchieri aveva acquistato Chateau Clarke con l’obbiettivo di farlo diventare Lafite degli anni 2000. Animato da grande passione Edmond, il più italiano dei Rothschild, discendendo direttamente dagli antenati che erano stati banchieri a Napoli alla corte dei Borboni, aveva mirato per Clarke alla più alta qualità anche nei consulenti. Infatti seguiva direttamente Clarke il re degli enologi, il professor Emile Peynaud. Con Edmond avevo fondato la società Compagnie Vinicole Conseil per lo sviluppo della tecnologia del vino e l’invito era per un fine settimana vis a vis con il professor Peynaud. Chiesi a Edmond la gentilezza di poter avere con me Gino e il nostro enologo Maurizio Caselli, che approfittò dell’opportunità per porre al professore 100 domande sulle barrique da cui è nato il libro 100 Domande e 100 risposte sulle barrique. Ne approfittai, in quei memorabili tre giorni di dialoghi fra Gino e Peynaud, anche lui non solo un tecnico ma un vero filosofo del vino, per scatenare Gino sul valore delle centinaia di vitigni autoctoni italiani. Peynaud non aveva dubbi, avendo studiato molto bene il patrimonio di vitigni italiani: è vero, disse, in Italia avete un patrimonio inesplorato; in Francia abbiamo codificato tutti i vitigni da 100 anni; voi su quel patrimonio non sapete quasi niente sul piano scientifico, continuate con le selezioni massali. Tornati in Italia Gino mi lanciò la sfida: vediamo se trai le conseguenze dell’analisi di Peynaud e impianti la prima vigna sperimentale di Sangioveto in Chianti. Detto fatto: pochi giorni dopo ci trovammo con il professor Attilio Scienza per istituire due borse di studio per dottorati di ricerca sul Sangioveto e una vigna di un ettaro e mezzo con 40 diversi cloni del vitigno fondamentale del Chianti Classico. Cinque anni dopo Gino venne a vedere i lavori di reinnesto di 15 ettari di Sangioveto con i cloni che nelle microvinificazioni avevano dimostrato di essere i più efficaci nel microclima e nei terreni di Castellare di Castellina.

Senza gli stimoli di Gino quella vigna sperimentale probabilmente non esisterebbe e di conseguenza non sarebbe partita neppure l’operazione analoga, alcuni anni dopo, Chianti 2000, promossa dal Consorzio del Gallo nero.

Filosofo e provocatore, ma anche fertilizzatore di iniziative orientate alla ricerca. E instancabile stimolatore di viaggi alla scoperta del meglio del vino nel mondo. I suoi viaggi con Giacomo Bologna e Maurizio Zanella sono epici non solo per le mangiate e per le bevute ma anche per gli stimoli produttivi raccolti in quei viaggi. Il (la) Barbera sarebbe sempre la vecchia Barbera se Gino non avesse stimolato Giacomo non per la Monella, ma il Bricco dell’Uccellone, con la stagione di Giacomo allevatore di cavalli da corsa come Incisa della Rocchetta e i nomi, tutti nomi di vino, suggeriti da Gino. Un modo per sottolineare la straordinaria galoppata che il vino italiano stava compiendo in quegli anni.

Per capire dove deve andare l’enologia italiana oggi; dove deve andare la critica dei vini e dei cibi; dove deve andare la ricerca, si anche la ricerca, enologica, basta rileggere Gino. Una miniera di idee, di stimoli, di provocazioni. Senza quegli stimoli, quelle idee, quelle provocazioni, i vini italiani sarebbero rimasti al Medioevo. Ma da 10 anni, da quando manca Gino, quella straordinaria stagione di elevazione si è come dissolta. Occorre ripartire da Pane e Vino come lo intendeva Gino. Dalle sue battaglie per i vitigni autoctoni, dal suo dialogo costante con i vignaiuoli-contadini ma anche con i Marchesi. Il Pane e il Vino sono la vita. Gino è stato il filosofo della vita. E senza le idee dei filosofi la vita non migliora. Ma Gino ci ha lasciato un’eredità straordinaria di idee. Non vanno disperse.

Paolo Panerai

 





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