Non c’è agricoltura senza relazione sociale

in *Pastiche • 26 novembre 2014 • di

Incontro con Claudia Panichi e Tamara Scarpellini ai piedi del Pratomagno

a cura di Simonetta Lorigliola

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foto di Luigi Ghirri

 

Localizziamoci. Paterna, la Valdarno.

Paterna è una storia lunga, che dura ormai da più di 30 anni: una piccola cooperativa agricola tra Arezzo e Firenze, sulle colline di Terranuova Bracciolini, 8 ettari di vigneto nel mondo del Sangiovese, 30.000 bottiglie l’anno, più di 1000 olivi, agricoltura biologica dal 1985. Una piccola realtà dove lavorano 4-5 persone, conosciuta per i progetti avviati insieme a Comuni e Università, Associazioni ed altre Cooperative. L’azienda si trova sulle colline della Valdarno, tra terrazzamenti, pievi romaniche e olivi, sul confine tra il rumoroso fondovalle dell’autostrada, dei centri commerciali, delle pubblicità e la silenziosa montagna del Pratomagno con piccoli borghi, castagneti, piccole economie. Paesaggio tipicamente toscano, un po’ più reale e meno patinato rispetto ad altre aree della regione. Forse. Chissà per quanto, ancora.

Paterna nasce quando ancora si abbandonavano le terre e quando la “rivoluzione verde” dei fitofarmaci in agricoltura segnava presente e futuro agricolo. Perché scegliere, allora, la campagna?

Era un’altra generazione quella dei “movimenti per la terra”, delle occupazioni, delle comuni e delle prime cooperative. In modi diversi, anni dopo ci siamo anche noi ricollegate alle stesse motivazioni culturali e politiche: certo nel frattempo il mondo era cambiato e si era passati dagli anni di piombo della provincia italiana alla globalizzazione. Ma Paterna continuava ad essere un luogo fisico disponibile dove poter sperimentare concretamente le alternative che hanno continuato a girare in testa a generazioni diverse: l’autogestione del lavoro, la trasparenza nei rapporti con i clienti, la tracciabilità, la complessità della gestione del rapporto tra uomo e natura.

Voi avete sempre praticato una contadinità sociale, il tentativo di stare in connessione con il territorio. Penso all’esperienza avviata a sostegno di una cucina bio negli asili. O al coinvolgimento di lavoratori svantaggiati. Oggi ha ancora un senso la pratica dell’agricoltura sociale?

L’agricoltura è relazione, è fruizione della materialità, è politica del cibo, socialità. Dietro la bottiglia di vino biologico o biodinamico c’è la complessità di inventare una tecnica contemporanea e rispettosa del vivente, senza chimica nei campi, né lieviti in cantina, di sperare che piova nel modo giusto, di imparare dai vecchi contadini, anche perdonando i loro errori. Ma c’è anche – per le persone della crisi, del carcere, delle dipendenze – la fatica del lavoro fisico, la riscoperta della normalità, l’imparare un mestiere. Darsi obiettivi, provare a rispettare gli impegni: così la fragilità può diventare – lungo i filari di una vigna – differenza da rispettare, ristrutturazione della propria fisicità, lavoro che produce reddito e dignità. E l’azienda può diventare un luogo responsabile di produzioni e relazioni, e il territorio una comunità.

Il biologico, il biodinamico e i relativi marchi aggregano molti seguaci. Voi che con queste pratiche agricole avete sempre convissuto e lavorato, come vedete il loro futuro?

Da sempre coltiviamo con metodo biologico. E i nostri terreni e le produzioni raccontano questa storia, con tutte le sue difficoltà, questa ricerca di equilibrio tra natura e lavoro.

Però oggi, dopo 30 anni, sentiamo la necessità di fare altre riflessioni, di provare altre strade: dobbiamo confessarlo, a volte “il biologico” ci sta un po’ stretto, è un po’ sterile, troppo burocratico e noioso. La biodinamica è senz’altro interessante, non tanto come ulteriore marchio, ma come occasione per confrontarsi con altre complessità. Un’idea diversa della responsabilità di gestire un’azienda.

In generale, il futuro dell’agricoltura non potrà che essere legato a nuove alleanze e strategie, a idee alte di politica locale e globale, a tecniche di produzione sostenibili. Bisognerà però vigilare che non diventino (vediamo quello che sta succedendo nel mondo del vino o delle cosiddette produzioni tipiche) pratiche di moda, slogan, approssimazioni, retoriche. E questo rischio esiste sia per i produttori che per i consumatori, attorniati da seguaci, assessori, pubblicitari, tecnici, hobbisti.

Tre parole d’ordine per la terra e la contadinità del futuro

Relazione paritaria tra urbanità e ruralità: essere contadini/cittadini contemporanei.

Sostenibilità e soddisfazione economica del lavoro agricolo: non c’è dignità, indipendenza e nemmeno grande futuro nell’indebitarsi con le banche o nel dover ricorrere ai soldi di amici o parenti.

Capacità di resistenza e originalità: è vitale contrapporsi alla banalità quotidiana che svilisce sempre di più il cibo, il lavoro, la cultura materiale e il piacere.

 

Claudia Panichi

Studi di lingue straniere all’università e un master in produzioni locali e poi stage a Paterna, dove si è fermata e lavora da 10 anni, prima su progetti di agricoltura sociale, produzioni locali, degustazioni e poi anche sul versante agricolo a cui si è via via appassionata.

Tamara Scarpellini

Dopo il diploma di ragioneria e un po’ di ufficio, arriva a Paterna, 30 anni fa. All’inizio per le attività più semplici e poi sempre più impegnata nel lavoro complesso di una cooperativa agricola dove, dice “ci si può stancare, ma non annoiare”: la raccolta delle fragole, piantare i pomodori, la raccolta delle olive, andare al frantoio la notte per fare l’olio, la vendemmia, la potatura delle viti, aiutare Marco in cantina, oltre a seguire l’agriturismo e la contabilità.

 





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One Response to Non c’è agricoltura senza relazione sociale

  1. Giuliano ha detto:

    Complimenti, bel racconto e come agricoltore non posso che condividere le tre parole d’ordine per la terra e la contadinità del futuro; aggiungerei forse come quarto punto la capacità di superare l’imprevisto perché dalla mia trentennale esperienza ogni annata ha il suo imprevisto.
    Grazie e saluti.

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