Lis Neris, i “Claps” e la Valle dell’Isonzo

in I nostri Associati • 19 Maggio 2014 • di

Lis Neris. Famiglia Pecorari. Quattro generazioni appassionate di coltura della vite e di produzione vini, nel cuore della Valle dell’Isonzo.

Alvaro Pecorari ne assume la guida nei primi anni Ottanta operando una svolta graduale ma convinta verso l’enologia qualitativa.

Lo incontriamo a San Lorenzo Isontino, nel cuore dei vigneti di famiglia.

“Erano i primi anni Ottanta. Allora, a sentire parlare Veronelli sembrava di andare sulla luna. Siamo andati a Bergamo, abbiamo portato i vini e ci promise che li avrebbe assaggiati e che forse, in occasione del Risit d’Aur (oggi Premio Nonino, ndr), sarebbe passato da noi. Passa il tempo. Un giorno ero in vigna per dei lavori. Mia moglie mi chiama e mi dice che era appena arrivato Veronelli. Le risposi che sarei andato lì prima possibile, ma lei rispose che Veronelli non voleva che io andassi da lui, era lui che voleva raggiungermi in vigna”.

Veronelli. Camminare le vigne.

“Era venuto a dirmi che i vini li aveva assaggiati. E che gli erano piaciuti”.

Alvaro Pecorari non vuole continuare a chiacchierare in ufficio. “Dobbiamo andare in un posto. Là c’è la chiave per capire tutto”. Dice.

Dieci minuti di auto e ci siamo. Parcheggiamo e camminiamo per poco. Ecco. Siamo sulla cima del Monte San Michele. Già teatro di cruente battaglie nella Grande Guerra.

LisNeris Campanile low

È un luogo mozzafiato. Se la giornata lo consente, davanti agli occhi si materializza un mondo. Qui vedi quasi l’intero paesaggio del vino della regione. La geologia racconta la storia.

150 km in tutto. Davanti il Collio italiano e subito alle sue spalle la Brda, il Collio sloveno, poi a destra, l’ultima estremità della Valle del Vipacco (Vipava, in sloveno) che incrocia la Valle dell’Isonzo. Il colle più alto appena a sinistra è Cormons, sul colle minore, dietro, è l’Abbazia di Rosazzo. Ancora a sinistra, in avanti, le Grave. Se ti guardi i piedi, qui, sei sul Carso.

Alvaro Pecorari è sulla sua terra, i suoi vigneti sono qui davanti, a pochissimo, in linea d’aria. Ma non mi parla della sua azienda. Mi sta raccontando, con grande partecipazione, di tutto un territorio.

“Prima era mare. Che si è ritirato, lasciando il profilo ondulato che ancora si distingue nettamente. E quindi abbiamo le arenarie, vecchissime, e le nuove marne. Poi venne l’era glaciale. Millenni in poche parole. Parliamo di 300.000 anni fa. Dalla Slovenia il ghiacciaio si è fatto strada tra le montagne e le colline e si è mosso dai luoghi in cui ora sono Gorizia, Gradisca, fino a Romans. Poi lo scioglimento dei ghiacci. Che ha lasciato detriti, scolpiti dall’acqua.

LisNeris ViteSassi tondi. Ciottoli. Claps, in friulano.

“Anche nella zona dello Châteauneuf-du-Pape hanno ciottoli, galèe, li chiamano e li conoscono in tutto il mondo…”.

Davanti a noi ci sono tre plateaux: Gorizia, il più alto ed il più vecchio coi sassi più grossi, poi San Lorenzo in posizione intermedia e infine Romans coi claps più piccoli.

“Le mie vigne stanno al 95% nella Valle dell’Isonzo; quelle a San Lorenzo hanno 50 metri di claps sotto terra. Questo è un fattore determinante perché un suolo con queste caratteristiche limita da sé la vegetazione della pianta e quindi viene naturalmente ridotta la quantità di uva prodotta”.

“Siamo sul 46° parallelo, lo stesso di Bordeaux. Ma qui non è terra di grandi rossi. Qui fioriscono grandi bianchi. È un fatto di clima, non di suolo: la bora scende impetuosa dalla Vipava, si incanala nella pianura con un grande sbalzo termico, fattore fondamentale nel favorire lo sviluppo della componente aromatica delle uve bianche”.

Alvaro Pecorari

Alvaro Pecorari

E poi c’è un altro fattore del terroir, ed è l’uomo.

“In queste terre l’Italia è arrivata esattamente 100 anni fa. L’Austria ci è stata 400 anni. Qui c’era la Kunstenland, il Litorale Adriatico, una delle zone più importanti per l’Impero, oltre che per lo strategico porto di Trieste, anche per la produzione agricola. E la villeggiatura. Gorizia era considerata la Nizza degli Asburgo. Si produceva frutta, in particolare fichi e ciliegie e mele.

Dalla seconda metà dell’Ottocento, arriva la vitivinicoltura. Prima la vite si coltivava soltanto per uso familiare, c’era l’alberello poi si cominciò ad introdurre il guyot: la produzione di vino doveva servire tutto l’Impero. L’agricoltura ed in particolare la viticoltura furono al centro di una fiorente economia. Con l’arrivo dell’Italia le cose cambiarono. Piano piano si tornò a un’agricoltura di sussistenza. Basti ricordare il concetto di autarchia. Le eccellenze sparirono. Si perse ogni specificità territoriale e ogni famiglia cercava di avere seminativi, un po’ di allevamento animale e vino. È nato così il modello dell’azienda friulana del Novecento”.

Non si trattava certo di un’economia fiorente. Come ben ha raccontato David Maria Turoldo, che ha dato cruda voce a questa cultura contadina. Spesso economia di sussistenza o poco più.

“E fu così per tutto il Novecento fino gli ultimi anni Sessanta. Da lì qualcosa è lentamente ripartito e quindi possiamo dire che oggi, dopo circa 40 anni, come viticoltura siamo in una fase ancora giovanile.”

E com’è avvenuto questo cambiamento?

“Non si è tirata una riga e cominciato da zero, coloro che pian piano cominciavano a cambiare rotta in qualche modo si rifecero al passato più prospero. Per esempio le varietà delle uve che si privilegiarono furono quella della viticoltura portata dagli Asburgo: chardonnay, sauvignon. La riscoperta dei vitigni autoctoni arrivò dopo”.

Ci voltiamo. Alle spalle, sull’altro versante, arriva subito agli occhi il blu dell’Adriatico e lo sguardo mette a fuoco, nitidamente, le sagome delle navi in rada nel porto di Trieste. Poco più in là.

A pochi chilometri in linea d’aria la Slovenia. Luoghi di confini ed attraversamenti. Diversità. Che generano sempre, in un qualche modo, un cambiamento verso la crescita.

LisNeris Pinot GrigioConfini è anche il nome di uno dei vini d’eccellenza de Lis Neris.

Abbiamo davanti ai nostri occhi una zona con una storia ed una complessità che ne fanno una cosa rara. Un patrimonio comune, che offre ancora molte opportunità per essere raccontato e valorizzato nella sua bellezza meticcia di prezioso patrimonio comune.

La Fondazione Francesca Pecorari onlus

La Fondazione nasce nel 2004. Dedicata a una figlia, coinvolta nella filosofia dell’azienda e nel suo lavoro quotidiano, scomparsa giovanissima a causa di un incidente.

La Fondazione non prende origine dalla volontà di compiangere o semplicemente ricordare Francesca, ma nasce perché i sogni, le idee ed i progetti che Francesca aveva coltivato possano prendere vita e riprodurla, sostenerla, moltiplicarla. Soprattutto laddove le condizioni sono difficili.

La Fondazione, anche attraverso un vino prodotto da Lis Neris e venduto esclusivamente dalla Fondazione stessa, ha sostenuto e sostiene progetti di cooperazione in differenti luoghi svantaggiati di Africa ed Asia, in collaborazione con New Humanity/P.I.M.E., Suore dell’Immacolata, Comunità di Sant’Egidio ed Università della Carinzia.

Quel vino porta un nome che proprio Francesca, grande fan di Freddy Mercury, aveva pensato come possibile nome per un futuro vino. Made in heaven. Fatto in paradiso.

Simonetta Lorigliola

Tra i vini de Lis Neris riportati nella Guida Oro I Vini di Veronelli 2014 ricordiamo

Confini Venezia Giulia Bianco 2010 (pinot grigio, riesling e gewürztraminer), Super Tre Stelle
Lis Venezia Giulia Bianco 2009 (pinot grigio, chardonnay e sauvignon), Super Tre Stelle
Tal Lùc Verduzzo Passito 2010, Super Tre Stelle

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