La Langa e un Barolo che vien dal cuore

in Il vino racconta • 12 gennaio 2017 • di

La Morra. Sei nel cuore della Langa. Al singolare, così come la chiama chi la vive e l’ha vissuta.

Terra di storie aspre. Terra che fu di contadini poveri, raccontati magistralmente da Nuto Revelli, ufficiale in Russia nel 1941, poi partigiano azionista e infine scrittore. Del suo celeberrimo Il mondo dei vinti si celebra nel 2017 il quarantennale della pubblicazione.

Uscì, infatti, nel movimentatissimo 1977 e rappresenta un unicum italiano nel racconto della storia contadina, costruito attraverso autentiche testimonianze. Un corale affresco contadino, che braudelianamente ben rappresenta l’intero paese: “La storia della campagna cuneese non è un episodio marginale (…) È la storia di mezza Italia, del nord come del sud, del Veneto come della Calabria” dice Revelli.

La Langa fu anche terra partigiana, sede di uno degli importanti esperimenti di governo dal basso, la celebre Libera Repubblica di Alba. Resse un mese solo. Costituiva un’onta insopportabile per i fascisti. Non poteva durare. Fu anche rivelatrice delle crepe in seno al movimento partigiano, dove l’ideologia diventava spesso ostacolo insormontabile alla necessaria programmazione comune. Ha messo a nudo tutto questo Beppe Fenoglio, albese, partigiano azionista e grande scrittore misconosciuto in vita (morì appena quarantunenne nel 1963) poco compreso per il suo rifiuto di schierarsi politicamente a favore dei partiti di massa: “Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944” è l’impietoso incipit del lungo racconto I ventitrè giorni della città di Alba che di quelle vicende, appunto, narra senza cedere a nessuna retorica. Il libro uscì nel 1952, anche grazie alla sensibilità di Elio Vittorini, allora editor di Einaudi.

Dopo la guerra, nella Langa vennero gli anni dell’agricoltura meccanizzata. Sul finire degli anni Cinquanta , racconta Revelli, “Aziende di pochi ettari, un fazzoletto qua e un fazzoletto là si attrezzano con enormi trattori. È l’epoca d’oro delle macchine agricole. Si sfrutta l’ingenuità, l’incultura del contadino (…) il trattore grosso richiede l’aratro, l’erpice a dischi, la falciatrice, la fresa, l’elevatore, il rimorchio. Incomincia la corsa verso l’indebitamento”.

Negli anni Sessanta ci fu poi la grande svolta: “Decolla l’industria e un terzo della provincia cambia faccia (…) le città crescono a vista d’occhio”.  I contadini diventano operai. Grandi industrie come la Ferrero e la Michelin decidono di assumere solo manodopera locale, escludendo i meridionali. Parrocchie e vescovadi sono i veri uffici di collocamento.

E poi l’esodo verso la Fiat di Torino. Nessuno è in grado di comprendere che va salvaguardato un equilibrio tra industria e agricoltura: “Il mondo politico è condizionato dall’euforia delle trasformazioni rapide”.

Il contadino diventa operaio. Altre e diverse forme di sfruttamento. La terra viene spesso dimenticata. Ma la storia non finisce così.

Oggi la Langa è Patrimonio dell’umanità e il Barolo è uno dei suoi tesori materiali.

In 60 anni tutto si è trasformato radicalmente.

Oggi quelle terre e quei borghi poveri e derelitti che furono abbandonati sono recuperati alla vita. Il vino ha cancellato ogni povertà? Di certo ha mutato il paesaggio. Forse persino troppo. L’agricoltura viene spesso svolta con scarso rispetto della vitalità della terra. Anche qui, come altrove.

Ma non mancano coloro che pensano e praticano una viticoltura sensibile.

Ne è significativo esempio Nadia Curto, vignaiola della  new generation, quella venuta dopo i  Barolo boys. Uno di loro era Elio Altare, zio di Nadia. “Mi ha aiutato molto agli inizi. Non era facile per me, ma ho lavorato sodo per trovare una mia strada, che rispecchiasse la mia sensibilità”.

Nadia Curto ( a destra) durante l’intervista invernale sull’Arborina. Foto L. Monasta

Nadia è figlia di due contadini, Adele e Marco, che non hanno mai abbandonato la Langa e oggi è lei ad avere le redini della loro campagna, rinnovando conoscenze tradizionali e operando nell’assoluto rispetto per la natura langarola.

Il suo sguardo è rivolto in avanti, in una simultanea attenzione al rigore e all’eccellenza.

Camminando con lei le vigne, saliamo il bricco e incontriamo il padre, Marco, 80 anni portati magnificamente, intento a potare.

Marco Curto, padre di Nadia. Foto L. Monasta

Questo storico cru, l’Arborina, è una nicchia di viti da lei amate e conosciute una ad una, rispettate e mai forzate, che danno il vino di punta dell’azienda, il Barolo Arborina. “Il  versante è tutto esposto a Sud”, dice la Curto, “e in dialetto l’arbëut è il germoglio, la prima gemma della vite”.  L’Arborina ossia l’avanscoperta. Un’avanguardia che passa nei vini di Nadia, un po’ ribelli ai protocolli standard, senza mai rinunciare a una personale coerenza: “Governiamo le vigne e vinifichiamo con cura e rispetto, ma non so cosa deciderà di fare quel vino in quell’annata. Io devo accompagnarlo, sostenerlo, favorirne la rigorosa espressione”.

L’Arborina. Foto L. Monasta

Mirabolante la piccola verticale di Barolo Arborina: ogni singolo assaggio racconta compiutamente l’annata, le pieghe del clima, dei lavori in vigna. 2011 annata regolare, senza grandi sbalzi: Barolo rotondo e rilassato. 2009 annata di grandi picchi climatici: vino con grande personalità, piantato per terra, saldo su se stesso; 2008 annata calda: vino concentrato, possente, istrionico.

Sono questi i rari e impagabili momenti in cui pare verità assoluta la frase/sinestesia di Luigi Veronelli che suggerisce: “Devi ascoltare il racconto del vino”. Questo Barolo Arborina i Nadia Curto sembra nato per essere accoratamente ascoltato. Possibilmente in Langa.

Foto di Lorenzo Monasta

Nadia Curto
Azienda Agricola Curto Marco
Frazione Annunziata, Borgata Ciotto 59
La Morra (CN)
Tel. e Fax: 0173 50640
E-mail: nadia@vinicurto.it
Sito web: www.vinicurto.it

 

 

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