Il Veronelli che so

in *Pastiche • 26 novembre 2014 • di

di Silverio Novelli 

A Guido
… lasciando però
il tempo al battito sereno
di una nota in levare

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illustrazione di Sandro Fabbri

Stanza mia, scaffale a sinistra: più di quindici Veronelli. Letti, ripresi in mano tante volte; alcuni solo ora, dieci anni dopo che lui se n’è andato, a camminare altre terre. Dal Seminario, mi chiedono di scrivere di lui e delle sue cose. La mensola impavesata di Veronelli non basta. E tutte le immagini di Luigi Veronelli che ho catturato, si dice così?, su YouTube? Il centro di piazza Luigi Veronelli si è perso nel dedalo degli effimeri angiporti in cui la mia mente di tardivo digitale si è andata a cacciare. Partivo con Gino e Ave Ninchi, spassosi, frizzanti, precisi, in A tavola alle sette, grande tv degli anni Settanta che Masterchef non gli lustra neanche i pentolini, finivo dietro agli ospiti della trasmissione, Paolo Ferrari, Moira Orfei, Orietta Berti, Aldo Fabrizi, che mi mettevo a inseguire via Google, url dopo url, sensa cugnisiùn – ahi, così Internet diventa una macchia d’olio nella quale la mente, pensando di scorrere, s’incaglia.

Veronelli si sarebbe divertito a riflettere sulla relazione tra anarchia della rete e anarchia personale. Con un guizzo dei suoi, «camminare la terra» digitale, sì, avrebbe detto, va bene, perché la cultura, in tutte le sue forme, va a pari passo col vivere, e comunicare è vivere, ma «fermarsi anche per ricordare e rivedere la strada percorsa» è necessario, per capire se le scelte compiute sono state davvero, e con quali esiti, scelte di libertà e razionalità, di armonia e responsabilità – le scelte di un anarchico vero, che ama l’umanità deliberante e delibante e gli esseri umani che decidono di fecondare la terra madre secondo natura e cultura – tutti gli umani dovrebbero essere un po’ contadini, via!

Insomma, neanche con il web ci siamo. Non basta, nonostante le tessere del mosaico messo insieme a colpi di mouse siano interessanti, divertenti, e, talvolta, utili per recuperare, magari attraverso l’audiovisivo di un mozzicone d’intervista, il tutto attraverso la parte (perché il bello, nei coerenti come Veronelli, è il costituirsi del pensiero come un’architettura frattale).

Rimetto gli occhi sullo scaffale, tiro giù i libri. Preferisco cercare qui il Veronelli da degustare e meditare. Nella sua voce dispiegata attraverso pagine e pagine, ragionamento, narrazione ed espressivismo si rinforzano a vicenda, perché era bello in Veronelli, quando scriveva di vino, cibo, culture e colture, il suo dire cose impegnative stando sempre insieme con gli altri, in dialogo con un interlocutore concreto, vicino o lontano fisicamente non importa, chiamato per nome e talvolta anche per cognome, convocato come pari e uguale al desco della comunicazione, commensale di pensieri e, come no, destinatario dialettico di visioni ed emozioni: «ah, questo vino» – alza il calice davanti al volto – rimira sorridendo – agita il vetro ancora un po’ – palpa un altro goccio in bocca – si gira verso gli altri (non li vediamo ma ci sono, gli altri: se c’è Gino che beve, ci sono altri che bevono con lui, bevono da lui) – fa di sì con la testa – «Immenso!», sospira, ma sospirando si rivolge a te, è la comunione del bene, del bere.

Condivideva l’armonia naturale del ragionamento, del sentire e del sentimento. Stesso respiro ampio, stesso sguardo diretto, che si trovasse al cospetto di una platea di sommelier nerovestiti e cravattati dell’AIS o, come come gli piacque e volle, negli ultimi anni, circondato dai giovani antagonisti e dai vignaioli e contadini di Terra e libertà/Critical Wine, in un nuovo capitolo militante di anarcoenologia.

Allo stesso modo, se c’era da pagare per le proprie idee ed opere, Veronelli si è sempre esposto nell’agorà, il discorso personale era pubblico. Condannato a sei mesi di carcere, quando invitò alla rivolta i vignaioli piemontesi tartassati dalla burocrazia e minacciati dalle grandi aziende vinicole. Condannato a tre mesi per la pubblicazione, da editore, di un osceno De Sade, il quale pertanto, due secoli dopo la reclusione nella Bastiglia, finì bruciato, copia su copia, nell’ultimo roghetto inquisitorio italico, nel 1958, cortile della Procura di Varese.

Se osservo e sfoglio, rivedo e ascolto, estraggo e ricompongo  attraverso le intermediazioni tecno-culturali, dell’uomo ottengo rifrazioni in immagini e parole, belle, utili. Ma, non basta. Oggi, a dieci anni, sento che quel che in giro c’è di Veronelli è molto, ma è tutto fuori. Devo lasciare la mente a maggese per un po’ di tempo.

Un giorno, poi, mentre i libri di Veronelli stanno aperti e scombinati sul mio tavolo come zolle smosse, mentre sorseggio un rosso che amo, folto di fruscii profondi, sono colpito da un battito improvviso nella foresta dei pensieri: nella rete neuronale del ricordo c’è più vita che nelle immagini ripetibili captate dalla rete di internet; e c’è, racchiuso dentro di me, un alito intimo che anche le viviscenti pagine di Vietato vietare, così adatte a stornare con provocanti sapori questi tempi di tanti disgusti, o le alchemiche promenades mescolanti cibi e spiriti, alimenti e anime, che solcano Alla ricerca dei cibi perduti, due libri tanto differenti e a me, non so perché, entrambi molto cari, un alito, dicevo, intimo, in me c’è, che anche due libri così pieni di Veronelli non possono pareggiare nella tensione a restituirmi, ora lo capisco, quel che vado cercando: l’immagine effettiva del mio Veronelli, il Veronelli che più mi è caro e necessario, il libero uomo e pensatore che ha declinato il vino in piacere e conoscenza.

Sciamanico nello sprigionare «piacere misto di corporale e di spirituale» (Leopardi), il vino porta dove deve portarti: «Sei tu che bevi, ed è lui, il vino, a farsi soggetto, divieni profetico e con desideri futuri» (Veronelli). Ora, si dà il caso che il vino imprima vigore all’alito, e dal fiato salga una fiamma, cosicché l’immagine riscaldata dal ricordo si faccia profezia di un nuovo incontro, che ravvivi e rilanci il primo e vero, più antico.

A Roma, è terminata la conferenza stampa di presentazione delle iniziative legate al movimento Terra e libertà/Critical Wine. «Vieni che ti presento Veronelli», dice Ilaria Bussoni di DeriveApprodi, e quasi mi ci tira di fronte. Così, eccoci in piedi, Gino e io, a un metro l’uno dall’altro. Siamo nel 2004, poco tempo prima della sua morte, e io non l’ho mai conosciuto.

Non l’ho conosciuto ma – me lo dico ora, finalmente, dieci anni più tardi – lo so.

Lo so perché Veronelli mi era già compagno fraterno quando scrisse l’introduzione ai trenta racconti sul vino e sul piacere del bere di Confesso che ho bevuto, che mettemmo insieme con Luigi Ananìa e gli amici editori di DeriveApprodi – la vendemmia fu di qualità e a ciascuno dei trenta autori andarono tre bottiglie di vino. Non l’ho conosciuto ma lo so perché qualche anno prima, tra il 2001 e il 2002, Gino aveva letto i quattro/sei fogli samizdat di «Pagine nella bottiglia. Libero mensile di lettere al vino», ruvida carta Bristol lavorata da un gruppetto di amici romani – con me, c’erano Gianandrea Turi, Marco Berardi oste di Tramonti e Muffati e Marco Giannini. A Veronelli avevamo spedito i primi tre numeri della rivista. Che faccia avrà fatto quando lesse (o gli vennero lette) queste righe dell’editoriale che apriva il primo numero, uscito, «pensa te» – avrebbe o avrà commentato lui – un mese dopo l’attacco alle Torri gemelle: «Che cosa racconta un vino? Parla alla nostra pancia o a tutti i nostri sensi? E questi sensi non sono gli stessi stimolati da altre fonti non edibili, come un libro letto, una musica ascoltata, un paesaggio ammirato? […] Forse, si può ipotizzare una via sciamanica all’attenzione e alla cura del sé che riunifichi spirito e spiriti. È il cervello dell’uomo che fa nascere i grandi vini – come i grandi romanzi, le grandi musiche, le grandi opere d’arte. Ma il cervello guida le opere». Che cosa avrà pensato, trovandosi davanti a una rubrica intitolata “Contadini”, in cui noialtri ci proponevamo di intervistare e raccontare «vignaioli, allevatori, olivicultori, casari» (il primo fu il barolista Bartolo Mascarello)? Volevamo intrecciare colture e culture: degustazione di libri come fossero cibi, abbinando di volta in volta il vino adatto (ricordo una Barbera di Bartolo, strutturata e fosca, che sposava il saggio La guerra infinita di Giulietto Chiesa); seguendo la stessa intuizione, proponemmo l’accostamento tra vini e luoghi (la tomba di Keats nel cimitero acattolico di Roma, camminato bevendo un Moscato rosa di Franz Haas); e poi la ricerca del pensiero enoico nella letteratura antica, ma pure nei nostri grandi autoctoni come Leopardi; l’antica sapienza del vinattiere riversata nel diario moderno di un giovane e colto oste.

Lo so, Veronelli, ora; e, allora, potevo forse sperare e immaginare che a lui piacessero i nostri tentativi, così variamente ispirati ai suoi logoi, in spirito, in spiriti. Ma, allora, davvero non immaginavo (non lo sapevo ancora) che Veronelli, ille bibit et ille dixit, ci avrebbe dato retta. A noi, illustri sconosciuti. Non sapevo l’essenza relazionale e dialogante (dialettica, no?) di Gino, un faro che diffonde luci, non un generale che fa caso ai galloni e alle stellette.

Mi arriva una lettera che leggo sgranando gli occhi:

«Bergamo, 23 ottobre 2001

Caro Silverio,

leggo “Pagine nella bottiglia” – per quelle indefinibili vie del caos/caso – proprio al rientro da Recanati, per una sosta vivificante presso la contessa Anna Maria Leopardi. Ha più di 80 anni e la freschezza e l’intelligenza giovanissime. Anche gli occhi (mi ha letto, senza occhiali, alcuni scritti di Giacomo sul vino; avevo quindi “negli orecchi” anche la frase da te citata).

Le proposte – tue, di Marco e di Gianandrea – sono nuove, curiose, provocanti… e difficili (a chi afferma: “Veronelli scrive difficile”, rispondo: “non scrivo per gli imbecilli”).

Roma, sempre più, si mostra la capitale degli interessi, in primis culturali, della gastronomia. Spero che gli amanti del difficile si accorgano e apprezzino i vostri scritti.

“Il Gastronomo”, mia prima pubblicazione, trimestrale, nasce nell’autunno del 1956. Non ne ho mai trovato uno ch’è uno, disposto a fare, in modo serio, opera di intelligente diffusione (debbo ammettere, non ho conosciuto bene, sino all’altro ieri, Marco Berardi e il suo “Tramonti e muffati”).

Ho chiesto a Marc Tibaldi, capo-redattore di E.V., di presentarvi, con parole sue, più giovani.

Abbraccio te e ciascuno dei tuoi

P.S. Pierfrancesco Leopardi – figlio del conte Giacomo d’oggi (ahilui, quanto diverso dal progenitore) – ha preso ad occuparsi delle vigne familiari. Le uve di quest’anno e la sua rabies, opposita a quella del padre e dello zio Vanni, fanno sperare in uno zibaldone 2001, sorprendente».

L’ho conosciuto soltanto tre anni più tardi, dieci anni fa, al termine di una conferenza stampa in cui Gino ripercorre con chiarezza i temi politici e civili del prezzo sorgente, del catalogo di autocertificazione, della denominazione comunale.

Sta male, a me non sembra. I capelli corti corti, le rughe non aspre, avvallate, di segugio buono (Sua Nasità, lo chiamò Gianni Mura). Il sorriso. Ilaria gli fa: «Lui è Silverio!» Mi ritrovo a stringergli la mano, mi tira a sé esclamando «eccolo, finalmente!», mi circonda, lui magro, io grosso, braccia intorno alle spalle, guancia contro guancia: «Quel po’ che vedo è il contorno di un omone, quello che sento è un gran barbone!» Ridiamo.

La frase mi si stampa in mente, se sono qui a riferirla. Per dieci anni  me la sono tenuta dentro, nascosta da qualche parte.

Ora, quando lo richiamo alla coscienza, quello schiocco di filastrocca, che mi incornicia dentro un allegro nonsense, restituisce come in un fiotto l’immagine effettiva, affettiva, di un uomo cordiale, intellettuale generoso, istigatore fraterno di libero pensiero e di liberi piaceri. Un altro sorso di rosso, sì! Ci voleva questo, dieci anni dopo: incontrare il Veronelli che so.

Silverio Novelli

E’ nato a Torino nel 1958. Vive a Roma. Giornalista, lessicografo, scrittore. Scrive di lingua italiana nel sito della Treccani da più di dieci anni. Con Gabriella Urbani, due dizionari di neologismi giornalistico-politici all’inizio dell’era berlusconiana (Datanews, Editori Riuniti). Da solo, la guida Si dice? Non si dice? Dipende. L’italiano giusto per ogni situazione (Laterza, 2014). Racconti (tanti di fantascienza) su riviste e in volumi collettanei (per esempio, in Tutti i denti del mostro erano perfetti, a cura di Valerio Evangelisti, Mondadori, varie edizioni). Solo suoi racconti in Tutto in famiglia (2007), Mobydick editore. Per DeriveApprodi, con Luigi Anania ha curato Confesso che ho bevuto. Racconti sul vino e sul piacere del bere (2004) e Pixel. La realtà oltre lo schermo dei media (2012); da solo, Da leccarsi i baffi. Memorabili viaggi in Italia alla scoperta del cibo e del vino genuino, antologia di scritti e novellette di Mario Soldati (2005; 2013).

 




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