Ancora una verticale, e non sarà l’ultima

in L'Approfondimento • 17 gennaio 2018 • di

Usare il termine sorprendente appare persino riduttivo. Già, perché se avessi annusato alla cieca quel vino avrei pensato che potesse avere al massimo una dozzina d’anni, non di più. Pensai persino che vi fosse stato un errore nell’ordine di servizio dei vini, per cui controllai per bene l’etichetta: non c’erano dubbi, era il 1958. L’etichetta recitava: Reciotto (non è un refuso) Secco / Amarone / Vino della Valpolicella / Cav. Giov. Batt. Bertani Verona. Dall’alto, su una piccola etichetta messa leggermente sbieca, capeggiava: Bertani. Su un tondello centrale con disegno di Villa Novare: Vendemmia / 1958. Con questa bottiglia nacque l’Amarone Bertani, che segnò il destino dell’intera Valpolicella e di un vino che progressivamente si affiancò ai grandi e nobili vini italiani da invecchiamento. La bottiglia di Amarone Bertani è rimasta tale e quale nel suo abbigliamento e nel suo contenuto; solo il nome è cambiato con l’arrivo della Doc, diventando in due tappe Amarone della Valpolicella Classico. Dove il Classico ha una doppia valenza, perché indica l’area di produzione storica di maggior qualità (quella delimitata già dal primo disciplinare di produzione del 1968)  e lo specifico stile con il quale questo vino è sempre stato prodotto.

Un’altra sorpresa ci viene dalla scoperta che il Cavalier Guglielmo Bertani nel 1959 chiamò in azienda un enologo piemontese, Ernesto Barbero di Canelli, in quanto già esperto affinatore di Barolo, con il compito di mettere a punto un sistema di produzione del nascente Amarone che coniugasse potenza ed eleganza al pari dei grandi vini di Langa, che il Cavaliere apprezzava moltissimo. Ernesto Barbero iniziò a lavorare con il vino del 1958 e capì che necessitavano molti anni di affinamento in botti di rovere (sette e anche più) e più di un anno in bottiglia per raggiungere i risultati che l’azienda voleva ottenere. Ernesto Barbero restò da Bertani fino al 1989, quando andò in pensione certo di aver messo a punto un Amarone che, nonostante le diversità dei millesimi, sarebbe sempre riuscito a farsi riconoscere come l’Amarone Classico Bertani.

Tenuta Novare ad Arbizzano di Negrar (Verona)

Sei le annate messe in degustazione per celebrare i cinquant’anni di questo straordinario vino: il 1958 valutata a 5 stelle, il 1967 di nuovo a 5 stelle, il 1975 a 3 stelle, il 1986 a 4 stelle e, infine, 2008 e 2009 entrambe a 5 stelle. La prima cosa che abbiamo capito con questi sei bicchieri davanti a noi è che i vini, dopo tanti lunghi anni di affinamento e di invecchiamento, prendono una loro strada autonoma ed imprevedibile, per cui tanti imprevisti e sorprese si interpongono tra il valore attribuito all’origine alle singole annate ed il valore e la qualità del vino che ora ne risulta. La degustazione è stata organizzata in senso ascendente, per cui ci è parso facile cogliere l’uniformità di stile che questo vino si è imposto, andando a sottolineare maturità e fragranza del frutto con prugna essiccata e agrumi canditi, spezie dolci e morbide con tocchi pepati, fiori appassiti e mentuccia essiccata, trama tannica finissima, vellutata, calda ed avvolgente.

Vediamo, però, ora con più precisione quali impressioni ci ha lasciato ciascun millesimo.

Il 1958 (59 anni dalla vendemmia, 37 dall’imbottigliamento), l’ho già detto, sorprende per la sua integrità e fragranza, la sua armonica progressione nonostante il lievissimo residuo zuccherino, che racconta anche i ricordi e i travagli dei prototipi che l’hanno preceduto.

Il 1967 (50 anni dalla vendemmia, 32 dall’imbottigliamento) mostra un carattere fiero, nobile e quasi altero per la sua ricchezza di frutto e spezie, con infiniti rimandi che ampliano il ventaglio olfattivo “a coda di pavone”, come scriveva Luigi Veronelli nelle sue impareggiabili cronache enoiche.

Il 1975 (42 anni dalla vendemmia, 31 dall’imbottigliamento) ci è parso un vino in piena evoluzione: partito probabilmente da una posizione non primaria, sta costruendosi una sua progressione fruttata matura e fragrante, appena tradita da un accento acido più marcato del solito. Se continuerà di questo passo sarà ai vertici.

Il 1986 (31 anni dalla vendemmia, 22 dall’imbottigliamento) è l’Amarone Classico Bertani perfetto; qui c’è tutto quello che vorremmo trovare in un vino e nelle proporzioni più accorte, precise, ineccepibili. Un grandissimo vino di cui si deve essere fieri; vanto di casa Bertani e orgoglio dell’Italia intera.

Il 2008 (9 anni dalla vendemmia, 1 dall’imbottigliamento) affascina per la sua ricchezza, per la dolcezza e per la sua opulenta consistenza; non passa il confine della confettura e del calore alcolico, ma ci avverte che siamo al limite: oltre non è permesso andare, perché si minerebbero integrità, fragranza ed eleganza.

Il 2009 (8 anni dalla vendemmia, 10 mesi dall’imbottigliamento) ci ricorda la perfezione del 1986 con la sua ricchezza ed equilibrio, complessità ed eleganza, precisione nelle proporzioni dei componenti principali solo un poco trattenuti nella loro libertà espressiva dall’estrema giovinezza. Ma attendiamolo con paziente fiducia, perché darà emozioni forti, quelle che ci spiazzano e ci lasciano persino turbati.

Preparazione della fase di appassimento

L’ultimo elemento positivo della degustazione Bertani di fine novembre 2017 è dato dal fatto che gli appassionati di questo vino sparsi per il mondo possono ripetere l’esperienza di questa eccezionale verticale, anche se temo debbano essere piuttosto abbienti: nelle cantine di Grezzana sono, infatti, conservate tutte le annate prodotte e in quantità significative, dalle quali sarà possibile attingere seguendo un calendario di riemissioni che l’azienda comunicherà ai suoi più fidati clienti e distributori.

Gigi Brozzoni

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