Vigneti e cantina, un palazzo storico recuperato: azioni di cultura per tenere alta la vitalità di un territorio che ha rischiato l’abbandono. Questa la storia enoica di Tenute Casoli, a Candida, Irpinia.

di Laura Alemagna

Restare, allora, non è stata, per tanti, una scorciatoia, un atto di pigrizia, una scelta di comodità; restare è stata un’avventura, un atto di incoscienza e, forse, di prodezza, una fatica e un dolore.
Non si ceda alla retorica o all’enfasi, ma restare è la forma estrema del viaggiare. 
Restare è un’arte, un’invenzione; un esercizio che mette in crisi le retoriche delle identità locali. 
Restare è una diversa pratica dei luoghi e una diversa esperienza del tempo, una riconsiderazione dei ritmi e delle stagioni della vita

Vito Teti, Pietre di pane, Quodlibet, 2011

Tra i motivi di rammarico, nell’anno appena passato, c’è stato il dover fare i conti con il silenzio delle sale, le stanze vuote, il risuonare dei passi sulla storica scalinata e nell’androne. 

Una solitudine non nuova per quei luoghi, ma questa volta diversa, vissuta come un’incognita senza appigli riconoscibili.

«Creare un futuro per chi rimane». Creare nuove opportunità». 

Con questo spirito Luigi Casoli, ingegnere, decide, nel 2005, di intraprendere il complicato lavoro di recupero e restauro del palazzo nobiliare dalla metà del Settecento posto tra le cupe di Candida, alle pendici orientali dell’altura detta Toppa Sant’Andrea, in Irpinia, e di fare che sia sede dell’azienda vitivinicola di famiglia.

Nell’entroterra campano, più lontano dal mare, il rovinoso terremoto che nel 1980 sconvolse ogni cosa, nei fatti aveva inflitto il colpo decisivo al lento logorarsi già da tempo avviato. 

L’abbandono dei luoghi aveva seguito flussi migratori repentini e inesorabili, con un rapido spopolamento dei paesi verso le città. Un abbandono durevole, continuativo, che solo negli ultimi anni sembra cambiare marcia. 

Qualcuno torna, aggiungendosi a chi aveva scelto di restare, a chi su quelle pietre e su quella terra aveva investito risorse facendo di quel «permanere» una questione familiare e territoriale, come nel caso di Luigi Casoli, della sua famiglia e della piccola comunità di candidesi coinvolta: maestranze contadine, giovani enologi, donne e uomini custodi della memoria e degli usi di quei luoghi.

Ai più pareva una follia riportare in vita quel palazzo vistosamente logorato dal tempo dove tutto, travi, infissi, tetti, sembrava decadere. 
Ma Luigi ne era stato stregato: una cantina magnifica tra architetture rarissime come quella doppia scalinata, progettata alla maniera del Vanvitelli, l’architetto che francesizzò Caserta. 

Ricostruire quel palazzo poteva essere un’occasione per ridestare Candida, nella sua memoria e nel suo futuro.

C’era lì un patrimonio che non doveva perdersi, che raccontava di fasti lontani, dei favori di Federico II, il falconiere, ad una cittadina in grande fermento; dei principi Filangeri che ne fecero una solida baronia nei secoli con un susseguirsi di famiglie importanti: i De Cadorna, i Caracciolo, e gli Iorio, proprietari del palazzo che folgorò Luigi e che oggi è sede delle Tenute Casoli.

Il lungo lavoro di restauro partì nel 2010 e durò cinque anni. 

Nel corso di questo tempo, tra il 2007 e il 2008, avvenne anche l’acquisizione dei vigneti a greco, aglianico, fiano, coda di volpe, nei dovuti areali di produzione. 

Greco di Tufo, Taurasi, Fiano di Avellino, vini di territorio, diventavano un passaggio imprescindibile per ricostruire appieno non solo la natura di quel palazzo e delle sue architetture dedicate da così tanto tempo alla produzione di vino, ma anche per il coronamento di una lunga storia familiare e locale.

Se carta canta, alla storia che porta alla nascita di Tenute Casoli si può dare un inizio: il 10 settembre del 1921, cento anni fa esatti.

Allora Luigi Casoli, il capostipite, stipula col possidente locale un contratto di mezzadria «fatta ed accettata a fuoco e fiamme da ambo le parti». Firma, con mano incerta, un contratto da mezzadro su un fondo agricolo a Massenzatico, frazione di Reggio Emilia, molto lontano da Candida. 

Sono queste le origini.

Nel ventennio a seguire, lavoro duro, obblighi, divieti e fatica, passano dal padre ai figli, numerosissimi. Tra questi è Archimede, sesto maschio, a muoversi alla volta di Avellino per adempire all’obbligo di leva negli anni Quaranta.

La storia è qui che cambia strada. 

Archimede incontra Eufrasia, la sposa e decide di fermarsi in Campania. 

«Da emiliano» vuole fare, trasformare, conoscere questa terra nuova e lavorarla come suo padre gli ha insegnato. 

Rescinde il vecchio vincolo sociale e di classe e acquista la sua terra per coltivare viti, alberi da frutto e per allevare piccoli animali. 

Lavorerà sodo, ancora, più di prima forse, ma adesso può rincorrere un’idea di rivalsa e di riscatto, una volontà di svolta che gli consentirà di far studiare, per bene, i due figli, per consentire loro «una professione». 

E studieranno tutti. 

Studierà Luigi da ingegnere, studierà il fratello da medico, studieranno i nipoti, Archimede e Antonella, avvocati. 

Ma la voglia di lavorare su quelle terre non sopisce. 

Archimede ha saputo educare i nipoti ad attraversare vigne, boschi, campagne, ad apprezzare i frutti di quel lavoro duro.

Alla sua morte, dopo un periodo di assestamento, saranno i nipoti a coltivare e raccogliere l’entusiasmo del padre nell’intraprendere l’avventura nuova di Tenute Casoli. 

Rientreranno a Candida per far partire insieme quel progetto sì familiare ma che puntava a essere, attraverso i suoi vini, motivo di coinvolgimento del territorio intero.

La prima vendemmia, nel 2010, avrà come protagoniste le vigne coltivate a greco, sancendo fin da subito un forte legame con quel vitigno. 

Un legame che nel 2014 culminerà nella definizione di una riserva, il cru Cupavaticale, a Montefusco nell’omonima vigna, da uve selezionate, in fase prefermentativa vinificate con macerazione pellicolare, sulle bucce, e affinate in bottiglia per almeno otto mesi. 

Una declinazione del Greco di Tufo destinata all’invecchiamento, alla longevità: 3000 le bottiglie nella vendemmia 2014 e 2100 in quella del 2016.

La conduzione è di agricoltura integrata con puntuale attenzione per la sostenibilità ambientale.

Le vigne si snodano a 600 metri s.l.m. circondate dai boschi, tra le alture tipiche di questa porzione di Irpinia. 

Quelle destinate al Greco di Tufo si trovano oltre che a Montefusco, a Tufo e Santa Paolina. 
Là dove Federico II amava liberare i suoi falchi alla caccia, tra rocche, alture e castelli.



I vini prodotti sono sette. Ai Fiano di Avellino DOCG, Greco di Tufo DOCG e Taurasi DOCG, si aggiungono: Irpinia Campi Taurasini DOC, Irpinia Aglianico DOC e Campania Falanghina IGT.

La loro vinificazione avviene interamente nell’antico palazzo di Candida efficacemente adeguato alle necessità di questi tempi, nonostante gli ambiti fossero già ben disposti. Tanto da lasciar supporre che gli stessi Iorio commercializzassero i propri vini. 

Oggi, alla cantina storica, è affiancato «un corpo di fabbrica interrato» destinato alle lavorazioni di vinificazione. 

Imbottigliamento affinamento in botte e in bottiglia avvengono invece nei locali terranei storicamente proposti.

Le mele proibite, le nocciole d’antan

Il certosino lavoro di recupero avviato da Tenute Casoli trova un ulteriore capitolo nella custodia di alcune varietà di mele autoctone, rare perché negli anni soppiantate da varietà commerciali più redditizie. 

Si tratta della Capo di ciuccio, «cap’e ciucce», grande mela di montagna; della Limoncella più piccola e della mela Bianca di Grottolella, detta Renetta champagne, forse perché portata dai francesi a metà Settecento, di pezzatura media, veniva impiegata in cucina o serbata fin anche ad aprile. 

Queste colture sono per Luigi e i suoi figli motivo di grande orgoglio ed entusiasmo. 

Intorno a quei frutti, a castagne e nocciole, si costruiva un patrimonio gastronomico vitale per le famiglie contadine del Novecento di Candida e oggi, tra le mura del palazzo, rivive tramandato dalle donne del luogo interrogate da Archimede, Antonella e Katia.
Queste mele, coltivate con cura e a regime biologico vengono raccolte a mano e trasformate dalla famiglia Casoli, coadiuvata dalle mani esperte delle signore della cittadina.

A questa coltura si accompagna il lavoro di recupero dei noccioleti di famiglia, alcuni dei quali centenari: varietà autoctone che rischiavano di sparire nonostante il territorio ne avesse fatto consuetudine economica e culturale importantissima.

I noccioleti di Tenute Casoli sono immersi nel bosco, rigogliosissimo, acquistato dal padre di Luigi alla fine degli anni Settanta. Qui Archimede si prende cura di varietà importanti come la Tardiva Tondeggiante, la Tonda Bianca di Avellino, la Rosolella, la Mortarella e la San Giovanni.

Una volta raccolte, ben nettate e selezionate verranno, anche queste, trasformate per lo più in dolciumi della tradizione.

In Irpina il legame tra territorio e vino è sempre stato strettissimo. Nel 1878 Francesco De Sanctis, Ministro della Pubblica Istruzione irpino volle e istituì per Avellino una Scuola Statale di Viticoltura e di Enologia, conscio delle potenzialità di quei luoghi.

Oggi ci si trova di fronte a un panorama certamente poliedrico, a tratti sminuito o trascurato ma che sa farsi vivace, mosso da audacia, orgoglio, inventiva. 

In questo scenario Tenute Casoli è una fucina laboriosa, aperta al confronto, desiderosa di rivalsa.

tenutecasoli.it


Laura M. Alemagna

Nasce e cresce a Catania, si laurea in Cinematografia Documentaria al Dams di Bologna, vive in provincia di Milano sulle sponde del Naviglio Grande e del Ticino. Si occupa di grafica. Anima dal 2005 La Terra Trema, tra le evoluzioni del Critical Wine di Veronelli. Dal 2015 è Direttrice Responsabile de LAlmanacco de La Terra Trema, rivista trimestrale di cibi, vini, cultura materiale. Per il Seminario Veronelli ha curato parte delle schede aziendali apparse in Guida Veronelli 2021