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L’ASSAGGIO
di Marco Magnoli

Amore vino
Foto L. Monasta

Il vino non è mero compagno di effimere libagioni. In queste sere di necessario ritiro ci apre il suo animo, il suo carattere, le sue qualità e le sue complessità in un intenso dialogo a due. Racconta, conforta e stimola ricordi e pensieri, strumenti necessari per guardare al futuro.

In questi tempi cupi di isolamento e coprifuoco, misure rigide ma inderogabili per contrastare la furia del Covid-19, chi scrive di vino rischia di provare qualche disagio, in primo luogo, ovviamente, perché tratta di una materia, tutto sommato, lieve ed edonistica, il che nell’attuale contesto può sembrare in effetti fuori luogo.

Poi, però, si pensa che proprio in queste ore è assolutamente necessario non perdersi d’animo e, dunque, anche una materia leggera può essere d’aiuto, allentando un poco la tensione e donando un pizzico di serenità.

Sorge, però, una seconda difficoltà, poiché, in un momento in cui è necessario evitare il più possibile ogni occasione di socialità e contatto, risulta piuttosto incongruo esaltare qualcosa che, come il vino, trova nella convivialità uno dei suoi più naturali e piacevoli risvolti.

Eppure proprio il vino si rivela, ancora una volta, personaggio dalle mille risorse.

Se, infatti, è capace di animare incontri, riunioni, occasioni di festa e di scambi tra le persone, è esso stesso un grande e fidato amico, che riesce a dialogare con i gruppi così come con il singolo, scatenando esuberanza ed eccitazione, ma anche offrendo sostegno e conforto.

Non ci riferiamo certo al conforto recato dalle sue potenti «malie alcoliche» (per quanto delle valenze dell’ebbrezza dovremo, un giorno, occuparci), bensì alla sua impareggiabile abilità nel farsi compagno e confidente, nel rincuorarci e rassicurarci.

Sa farlo a modo suo, naturalmente, ovvero raccontandoci dei luoghi che amiamo e che non possiamo raggiungere, delle persone care che non possiamo incontrare, dei sereni e benefici ricordi che spesso l’angoscia dei tempi non ci permette di assaporare al meglio. Lo fa anche aprendoci il suo animo, il suo carattere, le sue qualità e le sue complessità in un intenso e davvero intimo dialogo a due.

In queste sere di forzato ritiro mi è, così, capitato di accompagnarmi a vini particolarmente significativi per la mia storia e di ritrovarmi, alla fine, coinvolto in una conversazione quieta e cordiale.

Ecco che con il Vigna Rionda 1999 degli Oddero (vino che, peraltro, pare possedere poteri taumaturgici, virtù che in questi frangenti certo non guasta) ho visitato il vigneto della mia predilezione, altare maggiore di quell’autentica Cattedrale del Barolo che è Serralunga.

Amore vino
Serralunga d’Alba (Cuneo) – Foto langhe.net

Un fazzoletto di antichissime marne compatte che danno il nerbo, la struttura tannica fitta, energica, vigorosa e serrata, eppure raffinata e aristocratica, che mi ha fatto innamorare perdutamente del nebbiolo e del suo carattere.

Un sottile velo di suggestione sembra, però, piano raddolcire la robusta trama dei tannini per condurmi a poche colline di distanza e ad un’altra delle molteplici personalità di questo straordinario vitigno; sono riandato alla Riserva Asili 2001 dei Produttori del Barbaresco, vino setoso, avvolgente, ammaliante con i suoi richiami di camino, aromi che hanno riscaldato una piacevolissima cena a base di pizzoccheri condivisa qualche tempo fa con due cari amici.

Che serata! Barbaresco e pizzoccheri in quel di Dalmine: se non è gusto per la contaminazione questo!

Cene e amici. La conversazione coglie un nuovo spunto e mi ritrovo nell’amato Südtirol con un vino simbolico ed evocativo di quelle terre, il Pinot Bianco Riserva Vorberg 2004 della Cantina di Terlano, che anni or sono diede la stura (mai detto fu più appropriato) ai « conviti i iniziazione al vino» con i sette amici che oggi sono i miei più fidati compagni di libagioni; un percorso che ha portato loro, all’epoca bevitori esigenti, ma talvolta un poco disattenti, ad appassionarsi nella ricerca di novità, di confronti, di sfumature, e me, eletto a cerimoniere di quei convivi (ma solo perché da più tempo frequentavo con curiosità il mondo del vino), a comprendere come il vino, appunto, non sia solo vacuo sfoggio di conoscenze e competenze, spesso solo superficiali, bensì irresistibile catalizzatore di emozioni e sentimenti condivisi.

Ed eccoli magicamente qui, i miei sette compagni. Insieme partiamo per ripercorrere un memorabile viaggio lungo tutta la nostra Penisola affrontato un’estate di una quindicina d’anni fa, occasione di scoperta e di incontro – talvolta di riscoperta e re-incontro – con terre, uomini e atmosfere. Come allora ritroviamo l’ineffabile ed enigmatica personalità del Vin Santo Albarola 1997 prodotto nella piacentina Val di Nure dagli eredi del conte Otto Barattieri di San Pietro; i borghi, le campagne ed il mare delle Marche di nuovo si fondono, invece, nella sapida profondità del Podium 2006, l’imprescindibile Verdicchio dei Castelli di Jesi di Garofoli; la ricca e materica consistenza del Montepulciano Riserva Neromoro 2002 di Nicodemi ci ridona, quindi, il calore del sole e del grano d’Abruzzo, mentre la maturità piena eppur fragrante del Nero di Troia Riserva Le More 2003 di Santa Lucia e l’incantevole profilo orientale, un poco equivoco e seducente, del Magno Megonio 2001, Magliocco degli energici fratelli Librandi, danno voce alle mille facce del Mediterraneo e concludono un itinerario a tratti esotico ed eccentrico.

Sono solo alcune delle innumerevoli tappe di un epico viaggio che ha profondamente segnato non solo il mio approccio al vino, ma credo persino il mio modo di gustare la vita.

Come alla fine di quell’onirico vagabondaggio, tuttavia, mi coglie forte la nostalgia di casa.

Fèlsina, Castelnuovo Berardenga (Siena)

Ci ritorno, infine, soffermandomi giusto un attimo in Toscana, fatidico e fatale locus enoicus della nostra tradizione e per me anche luogo ove, idealmente, si sono consolidati gli affetti più cari: un amore sbocciato sui banchi del liceo e mai più sopito, laicamente consacrato nelle terre classiche del Chianti dinnanzi a un calice di Riserva Rancia Berardenga 1999 della Fattoria di Felsina, vino esemplare che davvero tinge il sangue del rosso di antiche passioni, celebrando i galestri e la storia, le colline, l’arte e la cultura; e ancora il carattere determinato del marchese Incisa della Rocchetta e il blasone del suo Sassicaia, che con l’annata 1994, forse non eccelsa, ha comunque rischiarato dell’opportuno lustro un evento che, come la nascita del Sassicaia stesso per l’enologia italiana, avrebbe segnato l’inizio di un nuovo, importante capitolo nella vita di una persona per me tanto speciale.

Ma, in realtà, non c’è motivo di provare nostalgia: gli amici non li vedo e i luoghi son lontani, ma qui con me ci sono mia moglie e mia figlia. A tavola questa sera avremo il San Leonardo 2010 dei marchesi Guerrieri Gonzaga, altro fedele compagno di un’ormai lunga avventura nel visionario mondo enoico: chissà, tutti insieme, di cosa parleremo e fino a dove giungeremo svolgendo il lungo filo di corrispondenze che il vino saprà rievocare.


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MARCO MAGNOLI

deve alla tradizione familiare la passione per i vini di qualità e a Luigi Veronelli, incontrato nel 2001, l’incoraggiamento a occuparsi di critica enologica. Dal 2003 è collaboratore del Seminario Permanente Luigi Veronelli. È tra i curatori della Guida Oro I Vini di Veronelli.